BRODO


Capitolo 4°

Poldo si nascose ancora di più dietro al giornale.
Erano li, a due passi da lui, Marta e la Bionda e si stavano incontrando con quattro uomini!
Era indeciso se restare ad ascoltare quello che si dicevano Marta e la bionda o se seguire gli uomini, che stavano lasciando il locale.
Decise di rimanere fermo dov'era, anche per evitare di farsi scoprire da Marta.
"Allora Gloria , hai scoperto niente?".
"No, buio totale, non riuscirò mai a vendicarmi di quei maiali! Comunque ti ringrazio per il tuo interessamento".
"Aspetta a ringraziarmi, tu non sai, io sono in questo bar da un quarto d'ora, ed ho sentito tutto quello che si sono detti quelli che sono appena usciti".
Poldo non riusciva a sentire, Marta a Gloria erano proprio alle sue spalle, ma bisbigliavano.
Si spinse all'indietro rimanendo in equilibrio precario sulle gambe posteriori della sedia.
"Hai cambiato telefonino? l'altro ieri ne avevi uno diverso" disse Gloria distrattamente.
"No, questo è del mio fidanzato, se lo è appena comprato, solo che fino a qualche giorno fa usava il mio e..." "E...?".
"Insomma eravamo ad un semaforo, c'era una suora ferma con il cofano della macchina aperto, Luigi, il mio fidanzato, ha deciso di aiutarla, aveva il mio telefonino nel taschino, per evitare che gli cadesse lo ha tolto.
Dopo un po' sento che dice alla suora - tutto a posto sorella può ripartire! - e sbam! Butta giù il cofano che non si chiude e, anzi rimbalza, allora lui ci riprova più forte di prima, niente! Ci si siede sopra, ed io avevo un brutto presentimento....
Infatti aveva appoggiato il mio telefonino sul bordo del cofano motore, me lo ha ridotto una polpetta!".
Poldo, sconvolto dal raccapricciante racconto, perdette l'equilibrio, e crollò sul loro tavolo.
Sarebbe stato scoperto se non avesse avuto il lampo di genio di fingere di aggrapparsi al tiramisù di Marta e di spalmarselo sul viso.
Gli bastò camuffare leggermente la voce per evitare di essere riconosciuto.
"Scufate! ho meffo un piede in fallo" e corse in bagno.
Dalla porta del bagno vide che Marta e Gloria si erano rimesse a parlare intensamente e ne approfittò per dileguarsi.
Invitò Gigio a cena per quella sera.
"Senti, io ho visto effettivamente Marta parlare con quattro uomini, tra cui il commercialista che ben conosciamo, e poi rimanere sola con la bionda, ma non ho sentito quasi niente.
".
"Va bene, vorrà dire che continuerai a seguirla".
"Mentre cucino mi andresti mica a svutare il contenitore della plastica da riciclare, ho svuotato la soffitta".
"Spero di non fare brutti incontri, come al solito, ma per la tua cucina si può anche rischiare la vita".
Erano due vecchi fustini di polvere per lavatrice riempiti con bottiglie vuote di plastica e vecchi giocattoli polverosi, tra cui una bellissima imitazione di una Luger degli anni quaranta.
In ascensore Gigio vide la pistola e la impugnò, arrivato al piano terra, aprì la porta saltò fuori, pistola in pugno e gambe larghe, urlando: " Alza le mani o ti apro un buco in fronte!" come aveva visto fare a Starschy in un famoso telefilm degli anni ottanta.
La professoressa si strinse forte al petto la borsa della spazzatura e assunse un colore tra il giallo canarino ed il verde acido, con una punta di grigio perla, prima di accasciarsi al suolo priva di sensi.
Gigio nascose la pistola dietro la schiena nella cintura dei pantaloni e spruzzò un po' d'acqua, che era rimasta in una delle bottiglie che stava portando, sul viso della professoressa.
"La pistola, lei mi voleva sparare...".
"Professoressa cosa dice, io ho il terrore delle armi, deve aver avuto un malore, ha volte si hanno delle allucinazioni quando va giù la pressione sa?".
"Dice? sembrava così vero!".
"Su, che è passato, venga che l'accompagno all'ascensore".
Il signor Borlenghi, come sempre, si aggirava nei pressi del portone d'ingresso, e, quando Gigio si sporse per vuotare i due bidoni nel contenitore della plastica, vide la pistola che sporgeva dalla cintura.
In un turbinar di ciabatte raggiunse il terzo piano e suonò alla porta di Umberto.
Umberto aprì, aveva una canottiera traforata bianca, un tovagliolo enorme intorno al collo, un alone di sugo gli allargava abnormemente il sorriso fin quasi alle folte sopracciglia.
La mano destra stringeva una forchetta, a simboleggiare che la visita era, quantomeno, intempestiva.
"Antonio, non mi dire che c'è un altro tubo che perde!".
"Peggio, sai il tipo dell'ultimo piano, il Poldino... ho visto l'amichetto che andava a gettare la plastica".
"Va bene, me l'hai detto, ciao" tagliò corto Umberto pensando agli spaghetti che si stavano inesorabilmente raffreddando.
"Ma se non ti ho detto niente!".
"E tu vieni a suonare ad ora di cena per non dirmi niente?".
"Non ti ho ANCORA detto niente! il tipo era armato! Aveva una pistola nascosta, ma io glie l'ho vista!".
"Ma avrai visto il portafoglio o chissà che cosa! te l'ho detto mille volte da quando sei andato in pensione, trovati un hobby, un occupazione, se continui a passeggiare sotto il portone dalla mattina alla sera impazzisci, vedrai che fra un po' comincerai anche a vedere coccodrilli col tutù, e adesso, se non ti dispiace, vado a finire la mia cena, se vuoi favorire, entra, se no ciao!".
Il signor Borlenghi tacque indispettito, girò le ciabatte e tornò al suo posto di vedetta, davanti al portone.
"Continuiamo così, nascondiamo la testa sotto la sabbia, poi, al telegiornale, tutti a dire - era un tipo così distinto, educato, buongiorno e buonasera - vedrete come va a finire" brontolava camminando avanti ed indietro come un personaggio di una vecchia pubblicità di pentole.
Gigio lo stava osservando dalla finestra.
"Che palazzo! Che gente! non mi stupirei se da un buco del secondo piano uscisse un sorcio e cominciasse a recitare Shakespeare".
"Se tu pensi di essere fuori posto...".
"In che senso?".
"Ho sentito Marta raccontare della suora alla sua amica, avrei voluto esserci" disse Poldo non riuscendo a contenere una risata.
"C'è poco da prendere in giro, era nuovo il telefonino, è stata solo sfortuna".
"Qualche anno fa, verso l'ora di pranzo, facevano una trasmissione interamente dedicata alle persone sfortunate come te".
"A si?" sorrise sollevato Gigio "e come si chiamava?".
"Oggi le comiche".
"Senti, invece di darmi addosso come al solito, ammetti che come detective sei sullo scarsino, di tutto quello che potevi origliare sei riuscito solo a recepire la morte del telefonino".
"Il fatto è che poi..." Poldo arrossì violentemente "sono caduto, e ho dovuto andare via".
"Sei caduto da dove?".
"Dalla sedia, mi ero sporto troppo per sentire ed ho perso l'equilibrio".
"E non ti hanno visto?".
"No, per via del tiramisù".
Gigio aveva un espressione sofferente.
"Eri dietro un tiramisù? E quanto era grosso per nasconderti?".
"Vuoi la lampada per continuare il terzo grado o ti basta sapere che domattina ricomincio a pedinarla?".
"Guarda, considerato quello che si capisce quando racconti, direi di lasciar perdere, piuttosto oggi cosa mi hai preparato di buono?".
"Oggi, fagottini di pesce al pesto delicato, e, di secondo, involtini di melanzane e salmone affumicato".
"Spiegati meglio..." disse Gigio avvicinandosi con aria intrigante.
"Ho comprato della pasta fresca già fatta in sfoglie, ho fatto dei dischetti e li ho riempiti con il pesce, che ho cotto al forno, mischiato con un po' di pan grattato ed erba cipollina...".
"Quale pesce, sii più preciso, ho deciso di stupire Marta domenica, e questo menù mi sembra alquanto raffinato".
"Prendi dei filetti di pesce tipo platessa o merluzzo o nasello, anche congelati".
"Cosa sarebbe il pesto delicato?".
"Il pesto alla genovese, senza formaggio ed aglio, solo basilico, pinoli ed olio di oliva".
"Adesso parliamo degli involtini".
"Facilissimo, prendi la fetta di salmone affumicato, la arrotoli insieme ad una di melanzana, che avevi cotto un attimo al forno mentre cucinavi il pesce, cospargi con prezzemolo tritato ed olio d'oliva e schiaffi in forno per dieci minuti".
"Vino?".
"White, of course!".
"Consigli, furbate, scaltrezze addizionali?".
"Sui fagottini, al posto del formaggio grattugiato che con il pesce stona, puoi usare del pan grattato fatto dorare in padella con uno spicchio d'aglio ed una lacrima di olio, e come contorno agli involtini vedrei bene una insalatina di carote tagliate a julienne, ma noi questa sera queste due cose non le abbiamo".
"Mi accontenterò!" disse allegramente Gigio allargandosi la cintura di un buco.
"Ho omesso un particolare di rilievo, il vino non c'è".
"Svolazzo! Due minuti e sono qui".
Fuori diluviava, così Gigio decise di andare in macchina.
Di ritorno dall'enoteca, vide la professoressa, che cercava di ripararsi il capo inutilmente con la borsetta, in balia delle colonne d'acqua che le auto in transito le versavano addosso, ne ebbe pietà e si fermò.
"Professoressa! Venga che le do un passaggio".
La professoressa era più terrorizzata che altro, e forse acconsentì solo perché non ebbe il coraggio di contraddirlo.
Si avviarono.
Dopo un minuto di silenzio totale Gigio si girò.
Il suo naso era all'altezza del gomito della professoressa, che, essendo seduta sulla valigetta che Gigio teneva abitualmente sul sedile del passeggero, era praticamente spiaccicata contro il tetto, con la testa piegata sul petto.
"Guardi sto comodissima sa? non si preoccupi!".
Lo sforzo sovrumano per non esplodere in grasse risate gli fece venire le lacrime agli occhi.
"Signora" disse riuscendo infine a riprendere il controllo "me lo poteva anche dire che avevo dimenticato la valigetta sul sedile".
"Non volevo approfittare, era stato così gentile, comunque siamo arrivati".
La professoressa scese e, ancora con la schiena curva per l'innaturale posizione tenuta in auto, corse dentro al portone e si dileguò.
"Fatti brutti incontri?" disse Poldo aprendo la porta.
"Niente di inconsueto, per il tuo quartiere, è pronto? Sto morendo di fame".
"Il vino sarà caldo, aspettiamo un attimo che si raffreddi?".
"Escluso, ho troppa fame, ci schiaffiamo dentro dei cubetti di ghiaccio".
"Ma così si annacqua! potrebbe risentirne il nostro consueto momento di filosofia post pranzum!".
La pioggia era aumentata ancora di intensità, Letizia la guardava scendere con il naso quasi attaccato al vetro della finestra.
Era più triste del solito, quella sera.
Le giornate uggiose le trasmettevano un senso di malinconia.
Aveva appena compiuto trent'anni ed aveva vissuto la cosa come una tragedia.
Non si sentiva più una "ragazza", le sembrava che questo termine stonasse, con il tre del numero degli anni.
Aveva tre storie fallite alle spalle, Armando, Luca e Virginio, una più desolante dell'altra.
Armando era spaventosamente geloso, le controllava l'abbigliamento in maniera quasi scientifica, bilanciando i singoli centimetri di pelle che mostrava, non le permetteva di stare al telefono più di dieci secondi, senza intromettersi in qualche modo nella conversazione, stesse anche parlando con la nonna! Da principio, Letizia, considerava la cosa quasi lusinghiera, si sentiva importante, per Armando, quasi una divinità, finchè non lo trovò a rotolarsi sul divano con sua cugina Rachele.
Rachele era una di quelle ragazze che sembrano trasparire disponibilità da tutti i pori, e lei di pori ne lasciava scoperti il più possibile.
Non particolarmente bella, si muoveva come una gatta, e, vista la vocina che madre natura le aveva donato, sembrava proprio miagolare.
Il fattaccio era avvenuto nella villa in collina della zia di Armando, e Letizia, andandosene, si sentì in dovere di togliere il freno a mano della Range Rover del fedifrago.
L'auto era precipitata dal muretto della villa, proprio sulla nuovissima auto, naturalmente rosa, di Rachele.
Non versò una lacrima, anzi provò un senso di liberazione che le durò diverse settimane.
Conservò gelosamente la pagina di cronaca che parlava dello "strano incidente".
Luca lo incontrò ad una fermata dell'autobus, era il tipico intellettuale, con lui parlava delle ore senza stancarsi, poi lui tornava a casa dalla mamma.
Già, viveva ancora con i genitori, benché avesse trentadue anni.
Letizia, pensò che chi ama la propria famiglia, ama il mondo, e quindi avrebbe amato anche lei.
Furono due anni molto sereni, d'inverno erano molto occupati, lei con la palestra e lui con il suo mestiere d'insegnante, seguito dalle sue attività in vari circoli letterari.
Sessualmente non era proprio uno spasso, ma Letizia pensava che, una volta vissuti insieme, ed un po' meno impegnati, sarebbero riusciti a migliorare un po' la situazione.
L'estate era programmatissima, si andava a casa dei suoi genitori in Sardegna, sarebbe stato uno spreco non sfruttare una casa incantevole davanti ad un mare che il mondo c'invidia.
Oddio, a Letizia dava solo fastidio il fatto che, al mare, ci fossero anche i genitori di Luca, che erano persone adorabili e educate, ma sempre presenti, anche per uscire a mangiare un gelato.
Un giorno la madre di Luca prese Letizia in disparte.
"Senti, cara, t'interesserebbe un posto di redattrice in un'ottima rivista letteraria?".
"E' molto gentile da parte sua, signora, ma io ho già un lavoro".
La madre di Luca sembrava indispettita, e Luca restava stranamente in disparte, senza intervenire, anche se poteva sentire benissimo la loro conversazione, continuava a leggere un libro, apparentemente assorto.
"Vedi, io non so come dirtelo, ma la nostra famiglia, a Torino è molto conosciuta e stimata, anche per le sue caratteristiche di...austerità, diciamolo".
"Non capisco dove voglia arrivare, signora".
"Cara ragazza, il tuo, chiamiamolo mestiere, non è adatto a chi aspira a diventare la moglie di mio figlio!".
Letizia aveva le lacrime agli occhi, non pianse per orgoglio.
"E tu non dici niente?".
"Letizia! Ti è stato proposto un lavoro che molte ragazze laureate a pieni voti avrebbero voluto, e tu sei solo diplomata! Penso che dovresti apprezzare l'offerta della mamma!".
Letizia dimostrò come anni di palestra potessero tornare utili almeno quanto una laurea, li usò, infatti, per disintegrare buona parte delle suppellettili dell'arredamento della casa in sardegna e, dopo aver scritto "andate a farvi fottere" con il rossetto sulla candida carta da parati, setificata, dell'ingresso, prese la borsa e se n'andò, per non rivederli mai più.
Virginio era una vera e propria tragedia umana raccattata da Letizia in biblioteca.
Era un pomeriggio d'agosto, tutto era caldo ed appiccicoso, l'asfalto, la pelle, i croissant al bar, i sedili della macchina, le persone che ti circondavano in autobus.
Letizia era andata in biblioteca per cercare delle riviste americane di fitness da portare in palestra.
Virginio era li, si mordeva le mani spasmodicamente davanti ad uno schedario, accennava a dirigersi verso questo o quel cassetto, per poi arrestarsi e ricominciare a tormentarsi nei dubbi.
Letizia ne ebbe pietà, e già come primo sentimento non era il massimo.
"Ti posso aiutare? cosa ti tormenta così?".
"Devo cercare il nome di un fotografo, ma non so se si scrive con l'acca o senza".
"E tu cercalo prima con l'acca e dopo senza!".
"E' vero, il fatto è che non so se cercare proprio lui o un altro, che è cinese, che si chiama "ING" qualcosa, ma non so se con la i lunga o quella normale".
"Vale il discorso di prima, prima ne cerchi uno e poi l'altro".
Virginio sorrise, o meglio fece una smorfia che somigliava ad un sorriso.
"E' già mezzogiorno, anche riuscendo a trovare quello che cerco, ce la farei a leggere tutto prima che la biblioteca chiuda? Torno domani, ciao, grazie dell'aiuto".
Letizia rimase molto colpita da quell'incontro, quasi traumatizzata, al punto che, a pranzo, passò un quarto d'ora a cercare di decidere se prendere la bresaola o il prosciutto cotto.
Qualcosa la spinse a tornare in biblioteca il giorno dopo, anche se non le serviva nulla.
Eccolo, stessa situazione angosciante, magro, pallido, vestito tutto di nero, solo lo scaffale era diverso.
"Trovato il fotografo?".
Virginio trasalì.
"Come? Oh ciao, no, in fondo non era il mondo della fotografia che m'interessava, è nella pittura che si può trovare la vera ispirazione, in fondo una foto ritrae una cosa che già c'è, il pittore, volendo, la crea".
"E' vero! Che genere di pittura ti interessa?".
"Paesaggi, nature morte, ritratti...".
Letizia rise divertita.
"Ma, non ti sembra una contraddizione? Paesaggi, nature morte, ritratti sono tutte rappresentazioni pittoriche di cose che già esistono, o no?".
"Io sono pieno di contraddizioni, ma è anche vero che avevo detto che un pittore, VOLENDO, crea, a me basta saperlo".
Virginio sembrava offeso.
"Scusa, non volevo mica criticare il tuo punto di vista".
"No, scusami tu, sono un po' isterico, ti va un chinotto?".
"Un chi.
.
si grazie".
Letizia pensò che se avesse chiesto spiegazioni sul perché proprio il chinotto, probabilmente avrebbero fatto notte, e poi il chinotto non le dispiaceva.
La relazione durò sei mesi, poi Letizia ebbe il coraggio di chiederglielo, la discussione degenerò a tal punto che si lasciarono.
Suonarono alla porta, Letizia si distolse dai suoi tristi pensieri.
"Zia, dimmi".
"Hai mangiato cena?".
"No, non ho fame, magari mi faccio un po' di latte prima di andare a dormire".
"Non scherzare, il latte te lo fai lo stesso, ma adesso vieni di là che ho preparato uno spezzatino da far risvegliare i morti!".
Umberto era già a tavola, con un bicchiere di vino a mezz'aria.
"E allora, l'hai trovato o no uno straccio di fidanzato? Noi non abbiamo figli ma ci piacerebbe almeno avere un nipotino da zii!".
"Umberto! Hai la delicatezza di una ruspa!".
"No, ha ragione, zia, sto invecchiando".
"Ma cosa dici, ormai nessuno fa più figli! E chi li fa non li fa prima dei trent'anni, e tu sei giovanissima!".
"Ad essere sincera, c'è una persona che...".
"Finalmente! Dai vogliamo sapere tutto" disse la professoressa mentre poggiava una pentola fumante nel centro del tavolo.
"Non posso dirvi chi è, anche perché c'è un problema che... il fatto è che quando lo vedo mi sento meglio, più serena, la prima volta che l'ho visto, il viso, il modo di parlare, di guardarmi, sembravano tutte cose che facevano già parte della mia vita da sempre".
"E quale sarebbe il problema? E' sposato?".
"No, è omosessuale".
La professoressa portò le mani alla bocca.
"Oddio! ma non si può far nulla? Magari con il tempo , con l'affetto...guarisce".
"Zia! Non è mica malato!".
"Lo dici tu, per me quelli li, i piederastri, sono malati sì".
"Zio, si dice pederasti, ma non ne parliamo più, non voglio rovinarvi la cena".
"Scusa, Letizia, ma se è così, cosa ci perdi tempo a fare?".
"E' sempre una bella amicizia, ci si vede per caso, di quanto in quanto, siamo andati a mangiare una pizza un paio di volte".
La professoressa riempì i piatti e prese posto.
"Ma tu sei proprio sicura che sia...".
"All'inizio non ci volevo credere, ma poi ho visto certe cose con i miei occhi che...".
"Ma allora ho capito! È il depravato dell'ultimo piano! Lasciati dire che come gusti lasci molto a desiderare, ha una faccia da imbecille da far paura!".
"Umberto! Non insultare il fidanzato di nostra nipote!".
"Si, la fidanzata!" Umberto fu scosso da una serie di risate che lo fecero diventare paonazzo.
Letizia non riuscì a trattenere le lacrime, si alzò e, dopo aver salutato la zia, se ne tornò a casa propria.
Sul pianerottolo incrociò Poldo fornito del solito sacchetto di spazzatura.
"Letizia, perché piangi? È successo qualcosa?".
Lei lo guardò dritto negli occhi con le mani sui fianchi.
"No! Non è successo niente, niente di niente! È questa la cosa grave!" entrò in casa senza neanche salutarlo.
Poldo, sorpreso dalla reazione, non era riuscito a scostarsi in tempo, così il sacchetto della spazzatura era rimasto pinzato nella porta.
Siccome sarebbe bastato pochissimo a rompere il sacchetto, dopo un paio di minuti d'incertezza Poldo suonò.
"Si?" gli occhi di Letizia splendevano resi lucidi dalle lacrime, Poldo ripensò al sogno del Bungalow, alla sottoveste, al mare.
"Scusa, non volevo disturbarti, è che hai chiuso la porta così in fretta che mi è rimasta la spazzatura incastrata".
Letizia, gli gettò le braccia al collo.
"No, scusami tu, è un momento di depressione".
Poldo aveva letto, chissà dove, che il cervello riusciva a registrare decine di sensazioni diverse contemporaneamente, e lui, in quel momento, era seriamente intenzionato a battere il record mondiale.
Cominciò dal profumo, il calore del corpo, la leggera pressione del seno contro il suo petto, la morbidezza della pelle del collo appoggiata alla sua guancia.
"Se questo è il tuo modo di scusarti potresti maltrattarmi sei volte al giorno per favore?" disse cercando di non fare il minimo movimento per non interrompere l'incanto.
Letizia si allontanò leggermente per scrutargli il viso sorpresa.
"Senti, Poldo, ma tu... ecco come abitudini... come frequentazioni... uomini, donne... insomma a te va' di più... un caffè ecco, vuoi un caffè?".
"Hai un modo piuttosto complesso di chiederlo, ma lo accetto volentieri, grazie".
Non ci poteva credere, era lì, a casa di Letizia, ed erano soli! Appoggiò con cura la spazzatura sul divano accanto a lui e si sedette composto.
"Se non ti costa molto separartene la metterei con la mia sul balcone" disse Letizia ridendo.
"OH no, prendila pure, pensa che la stavo gettando via!" Risero di gusto, mentre Gigio guardava terrorizzato dalla finestra chiedendosi che ne fosse stato dell'amico, partito da un quarto d'ora e scomparso nel nulla.
Gloria uscì dalla doccia, e Marta non riuscì a trattenere un fischio d'ammirazione.
"Si, prendimi in giro, intanto la mia bellezza mi ha portato solo guai.
Così hai sentito quei tre che dicevano di avere organizzato tutto solo per portarmi a letto, aiutati da quel verme del Morghetti".
"No, il Morghetti, se non ho capito male, era il solo che doveva approfittare della situazione, ma, anche tu! Come hai potuto credere ad una cosa del genere!".
"Debiti, sono piena di debiti, ho vissuto per anni con uomini facoltosi che mi hanno dato tutto, solo che, tra un uomo e l'altro, continuavo a fare la bella vita con i miei mezzi, che sono veramente scarsini, mi sono venduta tutti i gioielli, ma non sono riuscita neanche a pagare metà dei miei creditori".
"Purtroppo io non ti posso aiutare, ho qualche soldino da parte, ma mi servono per sposarmi, dobbiamo farci venire in mente qualcosa d'altro".
Rimasero in silenzio per un paio di minuti, poi Marta si alzò urlando dal divano "ci sono! non è proprio legale, ma mi è venuta una ideuzza!".
Per realizzare l'idea Gloria dovette dare fondo agli ultimi soldi che aveva, ma Marta l'aveva convinta che, in fondo, si trattava di un investimento.
"Come abbiamo fatto a lasciarci convincere ad una pagliacciata del genere?" disse il grezzo aggiustandosi le lunghe orecchie rosa.
"E dai, pensiamo sempre al lavoro, un po' di svago perdio! Il Morghetti ha detto che la tizia in persona gli ha confessato che il vedere gli uomini travestiti da maiali le provoca delle vere e proprie crisi di ninfomania irrefrenabile!" anche il calvo aveva problemi con il costume, gli era stretto d'ascelle e tirava se alzava le braccia, per il tozzo non c'erano problemi, non sembrava neanche travestito.
I costumi erano rigorosamente rosa, testa di maiale sorridente, zampini con unghione nere, solo che finivano all'altezza della vita, sotto, i tre buontemponi, erano completamente nudi, fatta eccezione per un codino a cavatappi legato in vita con un sottile spago.
"Ma, il balletto, la canzoncina, non si potrebbero evitare? E poi non me la ricordo, com'è che fa'?".
"E' facile: tu devi correre intorno al fuoco, agitando gli zampini, cantando "siam maiali, siam porcelli, siamo tutti nudi e belli, se divertimento vogliam provare questa danza dobbiamo fare, ci sarà certo gradita la sorpresa preparata".
"Già, che sorpresa?".
"Ma allora sei tonto! È lei la sorpresa no? Salterà fuori nuda da qualche parte" il calvo aveva risolto il problema strappando il costume sotto le ascelle.
"Ma il Morghetti dov'è? Le dieci sono passate da venti minuti!".
"Eccolo, di un po', commercialista, ma il teatrino chi lo paga?".
"E' offerto dalla parrocchia, non vedi che siamo in un oratorio?".
"Certo che siamo proprio delle bestie, fare una cosa del genere in un oratorio".
Il Morghetti fece uscire una mano dal sipario di panno rosso, ed alzò il pollice.
"Dai che sono pronti, fai entrare la gente" disse Marta e Gloria corse verso il fondo della sala.
"Mamma, quando arriva papà?" disse il ragazzino tirandosi il papillon con fastidio.
"Adesso, guarda, sta arrivando una signora a chiamarci".
Erano tutti i parenti dei tre malcapitati che il Morghetti, Marta e Gloria erano riusciti a contattare.
La motivazione era di assistere alle prove di una recita di beneficenza per raccogliere fondi per la parrocchia, cioè per la ristrutturazione del teatro in cui si trovavano, il campo di calcio ed un'area attrezzata con giochi vari da giardino.
Un lungo telo bianco alto un metro e mezzo era teso tra il palco e la platea e più di una volta i tre "artisti" si erano chiesti cosa fosse.
Da un capo del telo partiva una fune che spariva dietro le quinte.
Partì la musica.
"Forza cominciate!" disse il Morghetti.
"Ma tu non lo fai il maiale?".
"Io l'ho già fatto, adesso tocca a voi".
Partì la danza, mentre il sipario si apriva lentamente, dalla buca del suggeritore fece capolino, con un sorriso smagliante, Gloria".
Le luci non permettevano ai tre maiali di vedere la platea, ma le urla che arrivavano erano più che sufficienti a farli preoccupare.
"Mamma ma chi è papà?".
"Non lo so tesoro, ma non disturbare la recita".
"Continuate a ballare" disse Gloria mentre la sua espressione diventava dura e spietata.
"Guardate alla vostra sinistra".
I tre porcelli, continuando a cantare e girare intorno al fuoco videro la fune tendersi ed il telo bianco vacillare.
Le luci in sala si accesero, e da dietro le maschere, gli occhi dei tre suini danzanti si dilatarono nel terrore.
"Cosa vuoi fare, disgraziata, rovinarci? cosa vuoi!".
"Duecentoventiduemilioni e seicentomila" disse Gloria ritrovando il sorriso.
"Eh? e perché proprio...".
"Semplicissimo, ventidue milioni e seicento mila è il preventivo che hanno fatto al parroco per sistemare il teatro ed il resto, duecento milioni sono per me, altrimenti, con questo telefonino, dico a chi tiene la fune di dare una bella tiratina, chissà come si divertirebbero i vostri figli, le mogli, LE SUOCERE!".
"Paghiamo, paghiamo, ma come facciamo?".
"Ho trovato il Morghetti qui, il vostro commercialista, che faccio, gli faccio fare i bonifici? per spese di ristrutturazioni aziendali?".
"Si, si, diglielo, maledetta, ma ci vendicheremo".
"Allora guardate alla vostra destra adesso".
Su un'impalcatura un operatore stava riprendendo tutto con una telecamera degna della R.A.I., con tanto di faro puntato all'altezza dei loro genitali.
"Sempre così, gli artisti hard, appena smettono rinnegano tutto" disse Gloria scomparendo nella pozza del suggeritore, per ricomparire poco dopo con le parti inferiori dei costumi.
Si avvicinarono saltellando e si coprirono senza smettere di ballare, avevano fatto la prima buona azione della loro indegna vita.