FIRECROSS

Capitolo 2°

Nello stesso istante il dottor Don Green apriva lo sportello della sua auto ma, prima che ci riuscisse del tutto, due persone lo spinsero violentemente all'interno e, mentre uno si metteva alla guida, l'altro gli puntava una pistola alla gola.
"Tranquillo DOC, vogliamo solo offrirti da bere" disse il più' anziano dei due.
L'aula del tribunale era immensa ed il dottor Green sembrava minuscolo nel suo completo grigio, alla sbarra degli imputati.
"Allora, dottor Green, ha altro da aggiungere?".
"Io non avrei mai prescritto quel farmaco al signor Gilmore! Io stesso gli avevo diagnosticato l'allergia alla penicillina!"
"Vuol dire che questa ricetta è falsa? non l'ha fatta lei?"
Il pubblico ministero aveva un sorriso sardonico.
"Questa, da perizia calligrafica, risulta la sua firma e la ricetta è intestata a Jonathan Gilmore!".
"Ma io prescrissi quel farmaco al nipote! che colpa ne ho se si chiamano allo stesso modo!".
"Dottor Green, come si è recato in tribunale questa mattina?".
"Ho preso un taxi, perché?".
"A lei non piace guidare dottor Green?"
"E va bene! mi hanno sospeso la patente e allora? dove vuole arrivare".
"Sono già arrivato dottor Green" il tono del pubblico ministero si era fatto grottescamente comprensivo.
"Le hanno ritirato la patente perché' la stessa notte della morte del signor Gilmore gli agenti della stradale l'hanno trovata a guidare nudo contromano in autostrada con in corpo tanto di quell'alcool da rischiare il coma etilico!".
Lee Ann Green aveva le lacrime agli occhi, stavano distruggendo suo padre e non riusciva a capire perché.
Lee Ann non aveva voluto seguire la carriera del padre, era molto più attirata dalla vita intensa del giornalista, in particolare dell'inviato dei notiziari televisivi.
Adesso era vicina a realizzare il suo sogno, dopo cinque anni d'umiliazioni e proposte più o meno oscene da parte dei colleghi più anziani, le avevano assegnato la realizzazione di un servizio sull'argomento che, naturalmente, riempiva i notiziari di tutto il mondo: le epidemie.
La sua meta era Roma, dove un'epidemia di quello che sembrava febbre gialla, stava decimando la popolazione.
Ma adesso aveva un compito più importante: salvare suo padre da quella che non poteva che essere una macchinazione.
Il dottor Green non era certo uno stinco di santo, dato che aveva abbandonato Lee Ann e sua madre per sposare una ragazza messicana.
Passarono neanche sei mesi e capì che forse non era stato un grande amore, ma che la fanciulla puntava soltanto alla carta verde che avrebbe ottenuto sposandolo.
Quando la ragazza divenne a tutti gli effetti americana trovò il dottor Green assolutamente insopportabile e, pur guardandosi bene dal chiedere il divorzio, lo sottopose ad ogni specie di vessazione, non ultima quella di presentargli un suo "carissimo" amico da cui si fermava spesso e volentieri a dormire.
Lee Ann conosceva molto bene Junior, dato che suo padre aveva lavorato per i Gilmore negli ultimi venti anni.
Fin da bambini tra loro non era corso buon sangue; il non eccelso quoziente intellettivo di Junior lo rendeva facile bersaglio del sarcasmo di Lee Ann e Junior si vendicava con atti d'autentica viltà fino ad arrivare a distruggere dei giocattoli cui teneva molto, pur di poter incolpare del fatto la bambina modello figlia del suo medico.
Ed adesso era lì, di fronte a lei, e lei lo sentiva che Junior c'era dentro fino al collo, ma non riusciva a capire come e, soprattutto: perché?
Junior non traeva nessun vantaggio pratico dalla morte dello zio, aveva già tutto quello che voleva e la sua attività principale era quella del record di spesa settimanale.
In città erano famosi i suoi party con vasche da bagno riempite con champagne ed allegate donnine sguazzanti.
La sera Lee Ann andò a trovare suo padre in carcere.
"Senti papà, tu non hai prescritto quel medicinale al signor Gilmore vero?"
"L'ho prescritto a quel mostro del nipote che è venuto a chiedermelo direttamente a casa la settimana scorsa.
"ma la ricetta non dovrebbe avere quella data?".
"per la data uso un timbro, ma lo tengo in ambulatorio, mi limitai a mettere i dati essenziali: il nome del farmaco, la mia firma e...il nome del paziente, Jonathan Gilmore!, che Iddio lo strafulmini!".
"quella sera eri solo in casa?"
Il dottor Green chinò il capo addolorato.
"Si, Consuelo era da certi amici e tornò la mattina dopo".
"Cosa ti ha detto l'avvocato?".
"mi ha consigliato di ammettere la colpa, potrei cavarmela con una cauzione e...il sussidio di disoccupazione".
"potremmo cambiare città..."
"Allora trovamene una dove non abbiano né giornali, né televisori".
Lee Ann aveva di fronte un uomo distrutto, e per un attimo, fu presa dal terrore che volesse farla finita.
"Senti, tu hai fiducia in me? ti ho mai deluso?".
"No, qui quello che tradisce e delude sono solo io" disse il dottor Green accarezzando i capelli della figlia.
"Allora, credimi, riuscirò a provare la tua innocenza, sono sempre riuscita a spuntarla con quel rettile, e questa volta si pentirà di essere nato".
A Rjukan, in Norvegia, fa freddo quasi tutto l'anno e questo, al dotto Yura, dava un fastidio tremendo.
Come faceva ogni sera, da qualche giorno, uscì dall'albergo e andò verso il pub "Norway".
Appena entrato si appoggiò al bancone.
"Cioccolata calda e tequila, per favore".
"Professore! ma lei non ha mai avuto problemi di stomaco a bere intrugli simili?".
"Sto solo cercando di non finire ibernato Stephan, è arrivato qualcuno a chiedere di me?".
"Si, ne sono arrivati due, stavo per dirglielo, sono nella saletta dei biliardi".
"Vado subito!".
"E la cioccolata?"
"Portamela di la, grazie".
La saletta era in penombra, illuminata solo dalle luci del biliardo.
"Buona sera, avete chiesto di me al barista?".
"Il professor?".
"In persona!" rispose il professore con entusiasmo.
"Sediamoci, è una storia lunga...".
"Ho tempo, ah! Ecco la mia cioccolata!, gradite qualcosa?".
"No, grazie" disse l'uomo più alto che stava giocando da solo al biliardo " forza!, inizia ad informare il professore".
"Allora, abbiamo aspettato a metterci in contatto con lei per assicurarci che il posto non fosse sorvegliato".
"Questo posto?!, ma al massimo può interessare a qualche orso polare che cerca un posto fresco per trascorrere una vacanza".
"Già, è un po' fuori mano, ma mi lasci continuare.
.
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un'industria chimica americana circa due anni fa si è fatta venire la bell'idea di applicare i progressi fatti dalla ricerca scientifica nell'ambito della genetica, alla farmacologia.
" "In che senso?" chiese il professore aggiustandosi gli occhialini tondi sul naso.
"Nel senso che hanno cercato di produrre un vaccino polivalente; cioè: dato un virus di un certo ceppo, per esempio quello di Beola, lo si trasforma in un organismo instabile che muta in continuazione la sua struttura cromosomica".
"Ma questo non è un vaccino, è un attentato all'umanità!".
"Non mi sono spiegato bene: il virus mutante è generato da un Virus deattivato e non da uno patogeno".
"Quindi, introdotto in un essere umano, fa sì che si producano anticorpi non solo per il virus introdotto, ma per tutti quelli in cui si va via, via, trasformando".
Questa volta a parlare era stato l'uomo più giovane che era seduto sulla panca accanto al biliardo.
"Noi avevamo nostri agenti introdotti da tempo in quest'azienda e abbiamo saputo tutto fin dall'inizio".
L'uomo più anziano si era seduto su una sponda del biliardo e guardava fisso le mani del professore stringere la tazza fumante della cioccolata.
"Ma perché mi avete fatto venire fin qui per dirmi questo? E perché me lo dite?".
"Finisca la sua cioccolata e venga con noi e lo saprà... intanto posso dirle che qualcosa è andato storto, perché in questi ultimi dieci giorni si sono ammalate nel mondo più persone che negli ultimi venti anni e tutti con patologie simili: febbri emorragiche".
Poco dopo i tre si dirigevano verso l'uscita dalla cittadina.
Dopo una decina di chilometri arrivarono in aperta campagna e questo diede una certa apprensione al povero professore.
"Ma qui non c'è nulla, volete spiegarmi per favore?".
Senza rispondere l'uomo che era alla guida compose un numero sul suo cellulare e quella che sembrava una voragine si spalancò davanti all'auto.
Vi entrarono a tutta velocità e l'auto si fermò davanti ad un muro di cemento.
Pochi istanti dopo l'auto cominciò a scendere con la piattaforma su cui si era fermata.
Quando l'auto si fermò il professore non credette ai propri occhi: una lunga fila di garage illuminati contenenti Jeep e automobili faceva pensare al parcheggio di un grande centro commerciale.
L'auto ricominciò a muoversi verso il fondo del lungo corridoio.
"Allora, noi siamo della C.I.A. e questo è un rifugio antiatomico americano, qui potrà trovare il più attrezzato laboratorio che lei abbia mai visto, e dovrà farne buon uso perché la situazione è drammatica".
"Ma perché in questo posto?".
"Qui l'aria, l'acqua e le persone che vi accedono sono controllate e quindi lei professore non corre il rischio di essere contagiato a sua volta da o dai virus che stanno impazzando la' fuori.
"Quindi volete che io vi prepari un vaccino? E come? Dovete almeno darmi un virus da esaminare...".
"Presto ne avrà quanti ne vorrà, il contagio è già arrivato a Londra, da questa mattina anche gli ospedali di quella città sono sommersi dalle chiamate".
"Purtroppo non servirà, a Berlino tutte le radio sconsigliavano di andare negli ospedali, perché sarebbe stato inutile, in Turchia si invitava addirittura la popolazione a scavarsi una tomba nel proprio giardino se si voleva evitare di finire in una fossa comune"
"In quasi tutte le metropoli la gente si sta uccidendo pure per accaparrarsi quante più scorte possibile di cibi in scatola perché quelli freschi non vengono più distribuiti da nessuno".
"Ma, io qui non ho sentito notizie così catastrofiche dai telegiornali!".
"Già, si vogliono almeno evitare le stragi da panico in quei luoghi dove l'epidemia non è ancora arrivata".
Scesero dall'auto, davanti a loro c'era una parete di vetro nero opaco.
Ad un metro e mezzo da terra il disegno di una mano cominciò a lampeggiare.
"Poggi la sua mano professore, così controlliamo che sia stato abilitato il suo ingresso alla base".
"Ma, come fa a riconoscere la mia mano? Non sono mai stato qui e non sono certo schedato né qui né in un altro stato"
"Stephan ci ha gentilmente fornito dei bicchieri in cui ha bevuto in questi giorni".
"Ah, hai capito!, era d'accordo anche lui".
"Professore, vede quei buchi scuri alla sua destra ed alla sua sinistra?".
"Si, perché?" "Sono mitragliatori, e tra una decina di secondi la considereranno un intruso, alla luce di questi fatti nuovi, vuole per cortesia poggiare la sua mano sulla porta?".
Il povero professore eseguì con grande velocità la richiesta dell'agente.
La porta si apri con un sibilo e una forte corrente d'aria li investì facendoli vacillare.
"E questo cos'è?" disse il professore tirandosi su il bavero del cappotto.
"Non deve entrare neanche l'aria naturalmente, adesso deve abbandonare i suoi vestiti professore".
"Tutti?"
"Tutti, proprio tutti".
Proseguirono per un paio di metri e scesero uno scalino per trovarsi in una stanza dalle pareti di un azzurro intenso.
Dal soffitto penzolavano dei tubi corrugati neri che terminavano con dei boccagli.
In centro alla stanza dei sedili spartani erano posti in corrispondenza di ciascun tubo.
"Allora professore, si sieda e chiuda bene la cintura di sicurezza".
"Ma a che serve? Questa stanza si muove?".
Il professor Yura era terrorizzato e la risposta non lo fece certo sentire meglio.
"La cintura serve per non galleggiare".
Infatti un liquido verdastro cominciò a gorgogliare dal pavimento talmente velocemente che il professore si tappò le orecchi infastidito dal rumore.
"Meglio tappare il naso che le orecchie professore".
"Ma non bastava una semplice doccia?".
"Dopo faremo anche quella".
Non ci fu tempo per altre parole, il liquido era già alla gola del professor Yura che si affrettò a mettersi il boccaglio.
Per farsi coraggio il professore pensò che finalmente poteva provare quello che prova un cubetto di ghiaccio in un bicchiere di menta, infatti il livello del liquido si fermò ad almeno una trentina di centimetri sopra le loro teste.
Passarono minuti interminabili ed ad un certo punto sulla parete di fronte un display si illuminò.
Un numero arancione in campo nero decresceva da trenta a zero.
Quando il contatore fu azzerato il liquido cominciò a defluire velocemente.
Appena ebbe la testa fuori il professore tirò un sospiro di sollievo togliendosi il boccaglio.
I due agenti si slacciarono le cinture di sicurezza il professore li imitò.
Davanti a loro si aprì una porta scorrevole ed un breve corridoio fortemente illuminato li accolse, la porta alle loro spalle si richiuse con un sibilo.
"Adesso si tappi bocca e naso e chiuda gli occhi".
Il professor Yura, facendo tesoro delle esperienze appena trascorse, si affrettò ad obbedire senza discutere.
Da una dozzina di ugelli, presenti sia sulle pareti che sul soffitto ed il pavimento, si levarono dei violentissimi getti di quello che sembrava vapore, se non fosse stato per la bassa temperatura a cui usciva.
Si aprì un'altra porta scorrevole e due individui, in una tuta che li faceva sembrare degli astronauti, li accolsero sorridendo.
"Benvenuto professor Yura, sono felicissimo di conoscerla, il suo metodo di ricerca e catalogazione dei germi patogeni mi ha entusiasmato fin dalla prima volta che ne lessi su "Scentific Boundary" due anni fa".
"Adesso le faremo un piccolissimo prelievo" disse la seconda persona che si rivelò così essere una donna.
Un cilindretto di un paio di centimetri fu appoggiato sull'avambraccio del professore e ,quasi subito iniziò a tingersi del rosso del suo sangue.
"Eccellente!, come funziona? Non sento quasi nulla!".
"E' un processo osmotico mutuato dalle radici dei vegetali, dopo aver ceduto una sostanza altamente vasodilatatrice sulla parte di pelle interessata, una pompa aspira il sangue dai capillari attraverso i pori della pelle".
"Lasciando il cilindro a riposo per un paio di minuti si evita l'ematoma superficiale che ne potrebbe derivare".
"Sono la dottoressa Brianthon di Philadelphia, sono anche io molto lieta di conoscerla, professore".
Mentre i cilindri rimanevano sugli avambracci dei due agenti e del professore, le fiale di sangue estratte vennero inserite in uno sportello della parete.
Per la prima volta il professore vide il barlume di un'emozione negli occhi dei due agenti della CIA.
"C'è qualche cosa che non va?" Domandò a bassa voce.
"Le vede quelle spie sotto ogni fiala dentro la macchina esaminatrice?".
"Immagino che diano indicazioni sul fatto che il sangue sia infetto o meno".
"Esatto, in quel caso non si entra... e nemmeno si esce".
L'agente indicò i due medici che si erano allontanati di alcuni passi e delle bocche sul soffitto alquanto minacciose.
"Gas nervino".
"AH!, ma che giornata! e pensare che Stephan si preoccupava che mi facesse male la cioccolata".
Un cicalino gelò il sangue del professore i cui occhi corsero alle spie.
Le spie erano verdi ed i medici sorridenti, il professore si accasciò tremante su una specie di sporgenza del corridoio.
"Ma se solo uno di noi tre fosse risultato infetto, sarebbero morti anche gli altri?".
"Già".
"Voi entrate ed uscite spesso?".
"E' la prima volta in sei mesi, professore, e spero non accada più fino a quando lei non avrà trovato il vaccino per questo maledetto virus".
Un po' imbarazzato della propria nudità il professor Yura venne invitato a proseguire verso un'ennesima porta a vetri che si rivelò essere l'entrata di una normale doccia.
Su uno sgabello una tuta arancione e della biancheria lo restituirono a nuova dignità.
"Vedo che non le sta affatto male l'arancione professore".
"Stiamo per arrivare al lago Ciad"
disse Alex stropicciandosi gli occhi per scacciare la stanchezza.
Era l'alba quando dagli stretti finestrini del blindato si mostrò la rigogliosa vegetazione.
"Più che un lago è un'immensa palude" disse José.
"Bagna quattro repubbliche africane: Ciad, Camerun, Nigeria e Niger, noi in quale siamo?".
"E che importanza vuoi che abbia?" anche Venanzio era sveglio.
"José, come ti senti? Sei pallido da far paura!".
"Sto benissimo Venanzio, pensa per te, ti sei visto?".
"Ieri sera stavo effettivamente male.
Ormai ci sono abituato, mi capita da mesi, prima il mal di testa poi la febbre e infine un sonno a cui non si può resistere, come se all'improvviso le energie del mio corpo defluissero fuori tutte insieme".
"Facciamo una sosta e copriamo di sabbia il blindato, come al solito" disse Alex.
"No, guarda a sinistra, c'è una specie di fossato naturale, mettiamo li' il blindato ed aspettiamo che si faccia notte per proseguire" Disse José alzandosi in piedi per quello che lo spazio angusto del mezzo permetteva.
Così fecero ed approfittarono della vicinanza del lago per depurare un po' d'acqua con cui riempirono i serbatoi del mezzo.
Era quasi il tramonto quando un fruscio fece trasalire Alex.
"Ah, sei tu Norma, non sbucare più dai cespugli così per favore, da dove arrivi?".
"Ho fatto un giro, non riuscivo a dormire, ci sono due camion a circa un chilometro da qui, ho dato un occhiata".
"Ti sei avvicinata a delle persone?".
"No, a qualche centinaio di metri e comunque ho messo il casco con il respiratore".
"Bene, scusami ma ho un po' i nervi tesi" Alex si era reso conto di aver alzato un po' troppo la voce.
In realtà Alex si era accorto ormai che per Norma provava qualche cosa di più' che semplice ammirazione.
Certe volte si perdeva ad osservarle le labbra mentre parlava o il suo impercettibile battere di palpebre quando era in imbarazzo.
Alex pensò che, se un giorno fossero usciti dall'incubo in cui si trovavano, avrebbe provato a dire a Norma perché si era cosi' preoccupato per lei.
José, Venanzio andiamo a vedere quei camion!, prendete una tanica a testa.
Percorso circa un chilometro nella direzione indicata da Norma indossarono i caschi ed aprirono gli erogatori delle bombole.
I camion erano fermi sulla strada principale posizionati in modo strano, come se fossero stati abbandonati all'improvviso.
Uno dei camion aveva lo sportello del guidatore spalancato.
Alex vide José portarsi una mano al petto.
"Cos'hai? Ti senti male?".
"No, vedi questo tasto rosso? E' la radio, premilo anche tu".
Alex lo fece e subito sentì un ronzio all'interno del casco.
"Mi senti?" Alex parlò volutamente a voce bassissima.
"Forte e chiaro, queste tute sono eccezionali!".
"E pensare che urlavamo come dei gallinacci attraverso i caschi".
Alex si sorprese a sorridere dopo due giorni di angoscia assoluta.
Il sorriso durò giusto il tempo di girare intorno al camion.
"Madre de Dios!" José era pietrificato davanti al cadavere dell'uomo che aveva il corpo poggiato al suolo ed ancora una gamba appesa al predellino del camion.
Dagli occhi, dalle orecchie e dal naso dei rivoli di sangue rappreso indicavano chiaramente il tipo di patologia che lo aveva condotto alla morte.
"Non lo toccare, andiamo all'altro camion".
L'altro camion era a una decina di metri di distanza e doveva essere un mezzo destinato al trasporto di animali.
"Non c'è nessuno, cosa facciamo?".
"Guarda cosa trasportava ed io controllo il serbatoio".
"Niente è vuoto, mi è venuta un'idea".
"Spara".
"La sponda posteriore si può abbassare per far salire gli animali e... gli autoblindo".
"E' vero! Tirando giù i teloni potremmo viaggiare anche di giorno!".
"Inzuppa uno straccio nella nafta che diamo una sterilizzata alla cabina di guida".
Dopo aver pulito con la nafta ogni angolo dell'abitacolo Alex si mise alla guida del camion.
Il motore partì subito ed il mezzo ebbe un sobbalzo.
"Dobbiamo prendere anche il carburante dell'altro camion, mi sembra di aver visto una pompa manuale tra gli attrezzi".
Infatti José la trovò e così poterono riempire anche due taniche di scorta.
"Precedimi a piedi, non vorrei che ci sparassero addosso".
Così, annunciato da José, Alex arrivò all'autoblindo a bordo del camion mentre il sole era già calato oltre l'orizzonte.
Provarono subito a caricare l'autoblindo sul camion e ci riuscirono al primo colpo.
"Perfetto, adesso viaggeremo con il camion e ricorreremo al blindato nel caso di necessità" disse Alex soddisfatto.
"Mettiamoci subito in viaggio, possiamo fare dei turni due stanno in cabina e gli altri dormono nel blindato".
José si offrì per il primo turno e Venanzio andò con lui.
Alex entrò nel blindato con le due ragazze.
La conformazione del pavimento non consentiva di distendersi separatamente per via del tunnel della trasmissione che lo divideva longitudinalmente.
"Io sto da questa parte se non vi dispiace" disse Sharon.
La parte scelta da Sharon consentiva a due persone di sdraiarsi ed Alex fece per dirigersi nell'altra.
"No Alex, stai tu vicino all'apertura, mi sento più sicura!".
Alex arrossì, in realtà negli ultimi minuti si era sforzato di trovare una scusa per dormire il più vicino possibile a Norma, ma Sharon aveva deciso per tutti.
Un lieve disappunto nell'espressione di Norma consolò Alex che pensò di non essere stato l'unico a tramare in quel senso.
Il calore del corpo di Sharon turbò non poco Alex.
Erano anni ormai che non si avvicinava a meno di un metro da una donna e non se le ricordava così morbide.
Quando Sharon gli si accucciò praticamente addosso pensò che forse era meglio uscire a prendere una boccata d'aria, tanto era chiaro che non sarebbe certo riuscito a dormire.
Usci con delicatezza dal blindato e si accese una sigaretta.
Guardò la brace che brillava nella notte e pensò.
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"Farà così male fumare? Si ,penso proprio di si, ma, considerando che nelle ultime ore mi hanno sparato addosso, non so quale schifosissimo virus mi attende dietro ogni angolo e ,probabilmente, in Norvegia non troverò certo un ricevimento mondano...".
Ed Alex aspirò avidamente un'altra boccata.
Il paesaggio scorreva veloce, attraverso un'apertura nel telone del camion, e l'odore che proveniva dal tubo di scappamento diede ad Alex una certa nausea.
Alex gettò il mozzicone di sigaretta dopo averlo spento accuratamente e bussò alla cabina di guida.
Dal vetro separatore José lo guardò con aria interrogativa.
Alex indicò il bottone rosso della radio e José si mise il casco.
Aperto il portellone dell'autoblindo per prendere il proprio casco vide che Norma aveva preso il suo posto accanto a Sharon.
"Ha detto che voleva qualcuno tra lei e l'uscita".
"Già, è proprio come una bambina".
Alex sorrise con tenerezza.
"José, non riesco a dormire, vieni che ti do il cambio".
Attraverso il vetro del casco José sorrise, lui probabilmente ci sarebbe riuscito.
Con qualche acrobazia riuscì a guadagnare la cabina senza far fermare la marcia e si sedette accanto a Venanzio.
"Pensieri?" Disse Venanzio senza distogliere lo sguardo dalla strada.
"Io ho un senso di colpa, mi sembra di far torto a Giorgia anche solo vivendo, figurati a dormire con due donne".
"Mi sa che il tuo senso di colpa è dovuto al fatto che tu non riuscivi a dormire con due donne a fianco".
"Smettila immediatamente di essere così acuto e poi sei un prete, non sta bene che parli di certe cose".
"Pecca di gola chi la mangia la torta, non basta sapere che esiste".
"Cos'è un proverbio zen?".
"Voglio dire che il fatto che io abbia un voto di astinenza da rispettare non vuol dire che ne sappia meno di te in fatto di sesso".
"Quello che non vedi nel più sordido dei filmetti a luci rosse probabilmente un presbitero ha già dovuto sorbirselo cento anni fa nel segreto di un confessionale" aggiunse Venanzio puntando l'indice contro Alex.
"Touchè... scusa, sono stato un po' imbecille è che era un sacco di tempo che non... si insomma...".
"Che non desideravi una donna?".
"Peggio, mi sembra di sentire una specie di tenerezza, di struggimento".
"Si dice innamorato, e per chi?".
"Norma" disse Alex chinando il capo come ad essersi tolto un peso di dosso.
"Ma se siete sempre stati come cane e gatto! Lei è così austera, seria e tu sei così... artistico".
"Artistico?!" "Voglio dire che sei un idealista, un sognatore, un po' uomo e un po' bambino, avrei visto di più' una ragazza come Sharon al tuo fianco".
Alex si accese un'altra sigaretta.
"Guarda, fai conto che io non abbia detto niente... è che questa notte mi sento strano".
Venanzio lo guardò fisso per un paio di secondi.
"Non ti ho mai visto fumare".
"Perché io non fumo".
"Si, penso che "strano" sia la parola giusta" sospirò Venanzio.

"Complimenti!, vedo che la nostra giornalista è sempre in forma!" disse Junior con un sorriso beffardo.
Lee Ann riuscì a non urlare.
"Perché non vai a farti fottere Junior?".
"A casa mia o a casa tua tesoro? No è meglio da me, c'è tanto spazio adesso!".
"Lo sai che sei un essere ributtante vero?".
"L'odio è comunque un sentimento, lo sapevo che provavi qualcosa per me!".
"Dimmi solo una cosa verme, perché l'hai fatto? Non avevi già tutto? C'era bisogno di uccidere tuo zio?".
Junior cambiò espressione ed i suoi occhi lampeggiarono di odio.
"Attenta a quello che dici o distruggo anche te come distruggerò tuo padre".
Lee Ann sentiva il cuore in gola e le tempie pulsare come dopo una corsa di dieci chilometri.
Dopo essere uscita di corsa dal tribunale Lee Ann raggiunse lo studio Tv dove lavorava.
"Lee Ann, ci dispiace per tuo padre, qualsiasi cosa tu abbia bisogno, ti prego, dimmela, sarò lieto di darti una mano".
Il redattore capo Thompson aveva una camicia bianca su un pancione enorme e la cravatta slacciata alla Lou Grant e questo, pensava Lee Ann, era tutto quello che aveva in comune con un giornalista.
"Più viscido di un'anguilla insaponata" pensò Lee Ann , "si capisce da dove guardi dove vorresti darmi una mano, maiale".
"La ringrazio, lo terrò presente" fu' la diplomatica risposta.
Era in corso una riunione e Lee Ann prese posto.
"Dunque, la situazione la conoscete, le zone temperate e tropicali del pianeta sono ormai in una situazione così drammatica, da dover tornare al diciassettesimo secolo per trovarne una analoga, con la pestilenza; che decimò, in Europa soprattutto, più di seicentomila persone".
"Solo che nel seicento la gente non aveva automobili, treni, aerei quindi l'espansione dell'epidemia fu enormemente più lenta".
Il silenzio calò gelido, ognuno smise di pensare alle proprie faccende, come quasi sempre avveniva alle riunioni, e volse il pensiero alla propria famiglia.

"Lo hanno chiamato il virus "sterminapoveri", perché tutti i primi venti focolai hanno attecchito in zone lontanissime tra loro, ma con un denominatore comune: l'assoluta indigenza degli abitanti".
"Andiamo in sala per la videoconferenza, è fissata tra dieci minuti".
"Fissata da chi?" chiese Lee Ann.
"Dal dipartimento della sicurezza, vuole parlare a tutti i canali televisivi per concertare un modo di informare la popolazione senza gettarla nel panico".
"Guarda che per strada ne parlano già tutti!" disse Alfred, uno dei più giovani giornalisti del giornale.
"Si, ma sono talmente tutti abituati alle sofferenze del terzo mondo che nessuno ha preso troppo sul serio la situazione; noi dobbiamo dare un messaggio molto simile a "si salvi chi può".
"Siamo davvero a questo punto?" Alfred non sembrava convinto.
"Andiamo a sentire le notizie fresche..." disse Thompson spalancando la porta della sala.
Thompson premette un tasto sul tavolo di fonte a lui e le torrette con i microfoni e le telecamere salirono di fronte ad ogni postazione, contemporaneamente il proiettore olografico nel centro dell'enorme tavolo ovale s'illuminò.
"Un pentagono bianco su sfondo blu si compose al centro del campo di proiezione, dopo essere rimasto immobile per un paio di minuti cominciò a roteare su sé stesso ed, al suo interno, un numero iniziò a decrescere da dieci a zero.
Alla fine del conto alla rovescia il pentagono lasciò il posto al busto di un militare.
"Vi porgo i miei saluti a nome del dipartimento della difesa, sono il generale Hooknies e siete collegati, oltre che con me, con i responsabili delle maggiori testate giornalistiche e televisive del paese; vi prego di confermarmi la vostra adesione con una vostra brevissima presentazione".
Fece seguito una fase i cui l'immagine dei vari direttori che si qualificavano apparve sul proiettore.
"Bene" il viso di Hooknies si rimaterializzò.
"Solo alcune congiunture ambientali e climatiche hanno ritardato l'espansione dell'epidemia nelle zone più a nord e sub del pianeta.
La trasmissione del virus avviene anche per via aerea e quindi non c'è difesa.
Ci sono diverse strutture sotterranee per difenderci da guerre, catastrofi naturali di vario genere, ma, in questo caso sarebbe del tutto inutile; a quanto ne sappiamo basterebbe che una sola persona infetta entrasse nel rifugio per fare una strage".
"Cosa dobbiamo dire allora?" disse Thompson allargando le braccia.
"La popolazione deve recarsi nella caserma militare, o alla stazione di polizia più vicina, per ritirare degli antipiretici e dichiarare quante persone della sua famiglia stanno male, questo per consentirci di monitorare la situazione".
"Ma questi medicinali servono a qualche cosa?".
"Niente, assolutamente a niente, è solo una scusa per verificare il numero dei sopravvissuti".
"Per organizzare meglio i soccorsi?" Lee Ann trovò il coraggio di parlare e la sua torretta si illuminò mandando la sua immagine su tutti i proiettori olografici collegati.
Seguì un silenzio di almeno un minuto in cui si rivide il volto del generale contrito consultarsi con qualcuno al suo fianco.
"Quello che vi dirò adesso è quello che la popolazione NON deve sapere.
Si prevede un'ondata enorme di profughi in preda al panico allontanamento dalle zone infette che potrà provocare un numero di vittime altissimo.
Si stanno organizzando campi di accoglienza in Canada , Nord Europa e in tutte le zone Asiatiche del nord, nell'emisfero australe si sta facendo il possibile in tal senso.
Purtroppo al momento non si ha nessuna idea di come contrastare l'epidemia.
Il messaggio che deve invece arrivare da parte vostra alla popolazione è di rimanere nelle proprie città perché tutto è sotto controllo".
"Dobbiamo mentire spudoratamente? E quale sarebbe il vantaggio?" la domanda di Lee Ann era dipinta sul volto di tutti.
"Il panico è solo un'enorme problema in più, se il flusso delle persone in fuga sarà più lento, forse avremo qualche possibilità di accoglienza.
Grazie a tutti, e ricordate, più sarete convincenti, più vite riuscirete a salvare".
Riapparve di nuovo il pentagono bianco con sotto un numero a dodici cifre".