FIRECROSS

Capitolo 3°

La prima cosa che riunì Fattygum alla vita fu quell'odore tremendo.
Poi la lunga lampada al neon del soffitto accesa, un filo con attaccato un interruttore sospeso sul suo volto.
Sentì un prurito all'occhio destro, il braccio destro istintivamente si mosse verso il volto.
Fattygum non riconobbe la propria mano, era magra e le nocche erano screpolate, non sembrava certo la mano di un bambino di dieci anni.
Perché era a letto? Fuori era giorno pieno! Poi ricordò... i conati di vomito alla mensa, il dolore alla testa, l'infermiera che gli poggiava una sacca fredda di gomma marrone sulla fronte.
.
e poi più nulla.
Se ne avesse mai avuta una avrebbe chiamato la mamma.
Già, lì all'istituto la mamma non l'aveva nessuno, forse neanche le suore! Ma non aveva mai avuto il coraggio di chiederlo, temeva che gli rispondessero di si.
Provò a muoversi, ma riuscì solo a sollevare la testa di un paio di centimetri, tirò un lungo respiro e, con uno sforzo terribile, si girò su un fianco.
Dall'avambraccio destro partì un dolore insopportabile, l'ago della flebo uscì liberando un rivolo di sangue.
Fattygum lanciò un urlo e pianse, ma dagli occhi non uscì una lacrima, erano asciutti e bruciavano.
Lasciò penzolare a lungo la gamba destra giù dal letto prima di trovare il coraggio di tentare la discesa, poi si risolse e gli sembrò di precipitare da un palazzo.
Fattygum atterrò seduto e la prima cosa che vide gli mozzò il fiato per lo spavento: il corpo di una suora giaceva davanti a lui e la testa era sotto il letto accanto al suo.
Era troppo debole per urlare, in vita sua aveva visto solo un cadavere, quello di un piccione investito dall'auto di suor Adele.
Si fece coraggio e, appoggiandosi sul gomito destro, si trascino' fuori dalla stanza a sei letti in cui era stato ricoverato.
Anche in corridoio c'erano le luci accese, in fondo Fattygum vide il carrello con cui portavano i pasti ai bambini ricoverati.
A lui era successo una volta sola di esserlo.
Per una febbre che non voleva andarsene l'anno prima, ed il ricordo era ottimo.
Infatti si era trovato benissimo perché in ospedale si mangiava meglio che in refettorio e poi erano loro a portartelo e non tu a fare la fila.
Non si era guadagnato quel soprannome per nulla, anche se il suo vero nome era Virgil, lo avevano subito battezzato Fattygum per il suo essere rubicondo e per il suo vizio di fare le bolle di chewing gum.
Si impose di alzarsi, si appoggiò con le spalle al muro, e cominciò a tirarsi su lentamente.
Man mano che si alzava Fattygum vedeva apparire la propria immagine su uno specchio sulla parete di fronte del corridoio... Quello che vide non gli piacque affatto.
Intanto avrebbe dovuto cambiare sicuramente soprannome data la sua magrezza, ma la cosa più impressionante erano il pallore e gli occhi, talmente cerchiati da sembrare tumefatti.
"Sono morto, credo di essere vivo ma sono già morto, solo che non sono stato abbastanza buono da andare in paradiso e mi hanno lasciato qui".
Rimase fermo, in piedi, di fronte alla sua immagine riflessa nello specchio finchè un pensiero non lo scosse: "Yoyo! se è morto anche lui è sicuramente qui! con tutto quello che combina, se in paradiso non ci sono andato io figuriamoci se prendono lui!".
Questo pensiero gli diede un'energia nuova e cominciò a guardare nelle stanze successive alla ricerca di Yoyo.
Ma non trovò nessuno, sembrava che in tutto l'istituto fossero gli ultimi due, lui e la suora che era ai piedi del suo letto, per assisterlo fino all'ultima scintilla di vita.
Provò ad inumidirsi le labbra screpolate, ma non aveva saliva.
"Ho sete, adesso scendo in refettorio a cercare una bibita, magari un succo di frutta!" .
L'ascensore funzionava, entrò e schiaccio' il tasto del piano terra dove sapeva che avrebbe trovato il refettorio.
In refettorio aggirò il bancone da cui servivano il cibo, per raggiungere il retro, dove si trovava il magazzino.
Non ci era mai entrato prima, oltre alle scorte dei generi di prima necessità erano accatastati anche quei cibi di cui i bambini vanno più ghiotti: patatine, snack vari, cioccolato nelle varie forme, bibite in lattine di tutti i colori e ...succhi di frutta.
Virgil infilò la cannuccia nel cartoncino del succo di frutta ed aspirò una sorsata.
Un forte dolore accompagnò il percorso del succo di frutta, ma il secondo sorso viaggiò già più facilmente.
Aprì un pacchetto di patatine..., non se le ricordava così buone.
Mangiava lentissimamente e ogni pezzetto di cibo doveva essere aiutato con un sorso di succo di frutta, ma consumò l'intero pacchetto.
Stremato per la fatica si coprì con un telo di plastica e si addormentò su dei sacchi di farina.
Si svegliò a notte fonda, e si sentiva decisamente meglio, aveva solo una sete tremenda, andò così dove sapeva di trovare le bevande.
Aprì una lattina d'aranciata e bevve avidamente.
Fuori diluviava e, di tanto in tanto, il bagliore di un lampo precedeva il rombo cupo di un tuono lontano.
Nella luce di un fulmine vide una cosa che gli ghiacciò il sangue... una suora era in piedi accanto alla porta e stava immobile in una postura innaturale, con il capo chino completamente coperto dal cappuccio bianco.
Paralizzato dalla paura lasciò cadere la lattina che rotolò ai piedi della suora.
Virgil fuggì verso il fondo del magazzino, appoggiandosi al muro per non cadere e cosi, per caso, incontrò gli interruttori delle luci che si accesero.
Tirò un sospiro di sollievo, non era una suora, era solo una tunica appesa all'attaccapanni accanto alla porta.
Fu allora che Virgil si rese conto di tremare dal freddo.
Corse verso i magazzini in cui andava a ritirare le uniformi pulite e stirate tutti i secondi lunedì del mese.
Infatti i vestiti erano pronti per essere ritirati; Virgil cercò il simbolo della sua squadra, quello dei lupi.
Infatti l'organizzazione dell'istituto era simile a quello di una caserma militare: Ogni squadra, a cui era assegnato un simbolo ed una camerata, era composto di dodici ragazzi.
La sua squadra portava la testa stilizzata di un lupo cucita sulla giubba.
Ogni piano della palazzina adibita a dormitorio ospitava quattro squadre.
Virgil trovò la divisa con il numero sette in mezzo alle divise dei lupi e l'indossò.
"Dove vado adesso?" pensò sconsolato mentre stava per cedere al pianto.
Poi gli venne in mente una gita a Winnipeg.
In riva al lago c'era un istituto come il suo ed un anno prima le suore avevano organizzato una sorta di gemellaggio così trovò subito una meta per cui mettersi in viaggio.
Certo, lassù' aveva visto cose meravigliose!, c'era il cinema tutti i martedì e giovedì e tutti i sabati si partiva con tende e mountain bike per fare una escursione nella foresta.
Doveva arrivarci a tutti i costi.
Virgil aveva strabiliato i ragazzi canadesi per l'abilità con cui sapeva montare una tenda nonostante fosse ancora un ragazzino, ma lui era così, era nato per stare all'aria aperta.
Per riacquistare parte della sua identità andò a prendere un pacco di gomme da masticare, dagli scaffali del bar interno, e poi andò al deposito delle biciclette.
Scelse la mountain bike più bella, prese una tenda piccola e l'appese alla canna della bicicletta, poi cercò uno zainetto abbastanza capace e lo riempì delle vettovaglie, a suo parere, indispensabili: sacchetti di pop corn, patatine, merendine di vario tipo, snack al cioccolato, bottigliette di plastica contenenti latte al cacao, lattine di coca e aranciata, succhi di frutta, caramelle varie e.
.
gomme da masticare; poteva attraversare il mondo intero.
Provò ad indossare lo zaino, ma non riuscì neanche a sollevarlo.
A pochi metri vide un carrellino di allumino a due ruote che le suore usavano per spostare i sacchi di farina, lo prese e, dopo averlo legato saldamente alla mountain bike, gli agganciò saldamente lo zaino.
Guardò fuori, continuava a piovere, così andò a cercare l'incerata con il cappuccio che le suore usavano in questi casi.
Prese anche due stivali di gomma e li caricò sul piccolo rimorchio.
C'era una cartina appesa al muro: lui era ad una decina di chilometri da Minneapolis, bastava puntare a nord, li lo sapeva fare, la bussola era già nello zaino con gli attrezzi della tenda.
Misurò con un pezzetto di corda la distanza tra le due città e spostò la cordicella sulle rette colorate che rappresentavano la scala sul cartiglio in basso a destra della cartina.
Circa cinquecento chilometri, era meglio mettersi subito in marcia.
La prima pedalata lo fece andare lungo disteso per terra, la bici ed il carico erano troppo pesanti.
Scelse un rapporto da salita e riprovò.
Finalmente la bicicletta si mosse, Virgil attraversò il cortile ed arrivò davanti al pesante portone di legno nero.
La parte destra del portone si frazionava in una porta più piccola per il passaggio delle persone a piedi.
Virgil scese dalla bicicletta e, tirato il chiavistello la spinse forte.
Uscì sulla strada ma non la riconobbe, era completamente deserta.
La strada che passava davanti all'istituto era l'unica che collegava quella zona a Minneapolis, e le auto, in genere, passavano a tutte le ore.
"Anche qui c'erano più di cento ragazzi, se è per questo".
Pensò Virgil sconsolato, inforcò la bicicletta, addentò una tavoletta di cioccolato e partì.
L'oasi di Cufra era ormai in vista, e quindi erano in Libia, il problema sarebbe stato attraversare il mediterraneo.
"Alex, il colonnello aveva detto che l'autoblindo è anfibio".
"Si, ma non ci puoi certo prendere il mare, dobbiamo trovare un traghetto a Tripoli e caricarcelo su".
Alex era sfinito e si addormentò nella cabina del camion mentre il sole spuntava all'orizzonte, quando si svegliò trovò il profumo del mare e le grida dei gabbiani ad accoglierlo.
Era solo in cabina ed era completamente fradicio di sudore, aprì lo sportello e scese dal camion.
Bussò da terra alla fiancata del blindato da sotto il telone, ma non ricevette risposta.
Allarmato si arrampicò sul camion ed aprì lo sportello dell'autoblindo, non c'era nessuno all'interno.
Spostò il telone e guardò fuori... Norma stava lavandosi in una bacinella di fortuna ricavata da un bidone di plastica tagliato a metà, nuda fino alla cintola.
Alex non riuscì a rivelare subito la propria presenza, ma dopo un paio di secondi.
"Norma, dove sono gli altri?".
Norma finì accuratamente di asciugarsi prima di rivestirsi.
"Sharon sta facendo il bagno, Venanzio e José stanno perlustrando qua intorno, non abbiamo più carburante nel camion.
" Alex scese dal camion ed andò a sciacquarsi il viso nella stessa tinozza usata da Norma.
Si sentì il rombo di un motore, Alex e Norma impugnarono gli steyr e si acquattarono dietro dei cespugli.
Un enorme fuoristrada nero si stava avvicinando, e dopo aver girato intorno al camion si fermò proprio davanti a loro.
"Non siete grandicelli per giocare a nascondino?" disse Venanzio aprendo lo sportello.
"Siete voi!, grazie al cielo, qui non ci sono certo posti dove nascondersi!" disse Alex indicando la lunga spiaggia deserta.
"Questo consuma molto meno e va molto più veloce dell'autoblindo" José accompagnò la sua frase con una manata sul cofano del fuoristrada.
Al pronto soccorso di Duluth tutte le luci erano accese e la porta automatica dell'ingresso pedonale continuava ad aprirsi e richiudersi bloccata dalle gambe di una anziana signora riversa proprio sulla linea di chiusura.
Nella sala visita tre il dottor.
Samuel Smith si stava lavando per la millesima volta le mani, i guanti usa e getta erano finiti da una settimana.
E lui da quando non dormiva? non se lo ricordava più, come non avrebbe saputo dire quanta anfetamina aveva ingurgitato per non dormire.
Certo presto il cuore avrebbe ceduto e lui, che abitualmente non consumava nemmeno caffè, lo sapeva benissimo.
La tragedia era arrivata come una normale epidemia di influenza solo che i pazienti avevano cominciato a morirgli tra le braccia in quel modo orrendo.
Dopo due giorni Samuel e gli altri tre medici del pronto soccorso avevano smesso di redigere i certificati di morte e di chiedere il nome ai pazienti.
Al terzo giorno accettavano solo più bambini e, dopo dieci giorni, Samuel era l'unico medico vivo.
"Come mai non ho fatto la fine degli altri?" pensò sdraiandosi sul lettino dell'ambulatorio.
"Forse le anfetamine, in un corpo non abituato agli eccitanti, hanno avuto un effetto talmente accelerante sul metabolismo da aumentare le difese contro il virus, ma questo vuol dire che è solo questione di tempo, o mi faccio scoppiare il cuore ed il cervello o mi rilasso e cedo al virus".
C'era una terza soluzione, fuggire dalle zone infette prima del crollo del proprio fisico.
L'istinto gli disse di puntare a Nord verso le montagne del Canada "Se entro mezzora non si presenta nessuno me la do' a gambe" pensò quasi sollevato.
Non arrivò nessuno e Samuel indossò una mascherina e un paio di guanti sterili che teneva nella sua borsa da medico per i casi di emergenza.
Prese due flaconi di formaldeide e sciacquò tutto l'interno della sua automobile, mise febbrilmente in moto ed uscendo dal parcheggio dell'ospedale... investì un ragazzo in mountain Bike! "Ma allora non sono morti tutti!" urlò quasi Samuel uscendo dall'auto per soccorrere il ragazzo.
"No, qualcuno lo devi mettere sotto con la macchina!" Virgil era più spaventato che altro.
"Sono un medico!, fatti dare un'occhiata...".
"Dalla alla bicicletta un'occhiata, come faccio adesso!".
Virgil scoppiò in quel pianto dirotto che da troppo tempo reprimeva dentro di sé, si accucciò seduto sul marciapiede tenendo le braccia in grembo ed il capo appoggiato sulle ginocchia.
"Sei solo? la tua mamma, il tuo papà?" "Bho, mai visti... e tu?" "Neanche io, sono cresciuto in un istituto di Minneapolis".
"Ma io vengo da lì!, non mi ci vuoi mica riportare vero!?".
"Non ci penso nemmeno!, io sto andando dalla parte opposta, in Canada".
Era bellissimo parlare di nuovo con qualcuno per Virgil e poi qualcuno proprio come lui!, solo!, cresciuto con le stesse suore! "Conosci suor Emilia?".
"Certo quella cicciona che allevava i criceti!" "Già, è morta, l'ho vista io!, era tutta gonfia...".
Samuel capì il trauma tremendo che si celava dietro l'apparente superficialità del racconto di Virgil e lo abbracciò! "Sali in macchina, metti pure dietro tutta la tua roba, la bicicletta non ti serve più".
Per fare prima Virgil staccò il rimorchio dalla mountain bike e lo caricò nel bagagliaio dell'auto.
"Meno male, ero stanco di andare in bici, sai che non ho incontrato nessuno da Minneapolis fino a qui?".
Samuel stava cercando un modo umano per spiegare a Virgil l'accaduto delle ultime tre settimane.
"Vedi Virgil, da alcune settimane quasi tutto il mondo è stato colpito da una brutta malattia, una malattia che uccide quasi tutti, io e te per fortuna per adesso l'abbiamo scampata, ma potremmo prenderla da un momento all'altro, per questo stiamo scappando al nord; dicono che al nord non sia ancora arrivata".
"Chi te lo ha detto?".
"Un mio amico, fa il medico in Canada e ci siamo sentiti la settimana scorsa, da allora i telefoni non funzionano più".
"Io sono già stato male, sono stato a letto tanto tempo che non riuscivo più a muovermi".
"E' molto importante questo Virgil, mi puoi descrivere i sintomi che hai accusato?".
Virgil si girò a guardare Samuel con un'espressione interrogativa.
"Scusa, volevo dire, quando sei stato male come è cominciato? avevi male da qualche parte? ti girava la testa? riesci a ricordare?".
"Si, è cominciato tutto in mensa, prima stavo bene ed avevo anche fame, poi ho vomitato addosso a Yoyo, un mio amico, e poi mi faceva male la testa, tantissimo, ed anche tanti altri ragazzi stavano così, non ho più rivisto Yoyo, volevo almeno chiedergli scusa per avergli vomitato addosso".
Samuel era diventato pensoso, se Virgil aveva superato la crisi senza arrivare alle emorragie interne voleva dire che adesso era immune, avendo sviluppato gli anticorpi necessari, quindi c'era qualche speranza!, nessuno dei pazienti dell'ospedale era sopravvissuto, poteva essere che Virgil fosse un caso isolato e, proprio per questo, era importantissimo per l'umanità.
"Attento!" gridò Virgil aggrappandosi al volante, e questo intervento, di fatto, salvò la vita alla ragazzina che, in camicia da notte, stava attraversando la strada.
"Ma quanta gente metti sotto in un anno?".
"Scusa, stavo pensando, e poi non mi aspettavo certo di trovare gente in giro!".
La ragazzina rimase ferma davanti all'auto e poi si voltò come un automa a guardarli.
Samuel in un balzo le fu accanto e fece appena in tempo a sorreggerla, infatti la bambina crollò tra le sue braccia priva di sensi.
"Che cos'ha" chiese Virgil ansioso.
"Spero che non abbia il virus, altrimenti ho in braccio la mia condanna a morte".
"E allora perché ce l'hai in braccio?".
"Già, perché? se un giorno vorranno riuscire a fare una macchina pensante dovranno cominciare a studiare la logica dei bambini" pensò Samuel sorridendo.
Dopo aver adagiato la bambina sui sedili posteriori dell'auto Samuel cercò quei sintomi che conosceva fin troppo bene sul suo corpo, ma non ne trovò neanche uno.
La fronte era fresca, non c'erano segni di capillari rotti nei bulbi oculari, il pallore e l'evidente anemia faceva pensare più ad un fisico ridotto al lumicino delle risorse vitali.
"Se non la facciamo bere e mangiare questa bimba ha poche speranze".
"Ci penso io!" urlo Virgil avventandosi sul bagagliaio.
Dallo zaino estrasse una bottiglietta di latte al cacao e, dopo averne estratto la cannuccia, la infilò tra le labbra cianotiche della bambina.
"Ottimo!, ma penso che prima dobbiamo svegliarla".
Virgil gonfiò un pacchetto semivuoto di oc corn che aveva nella tasca della giubba e lo fece esplodere accanto alle orecchie della bambina, che aprì di botto gli occhi osservando il pop-corn che, come neve, ricadeva dappertutto nell'abitacolo della macchina.
"Hai dei metodi un po' brutali ma sei forte in rianimazione, complimenti!".
"Grazie, è stata una sciocchezza" disse Virgil con ostentata noncuranza osservandosi le unghie.
"Come ti senti ragazza?" disse nello stesso tono.
"Dov'è mia mamma?".
"Hai, ha già toccato il tasto sbagliato" pensò Samuel osservando i due ragazzi che si comportavano come se lui non esistesse.
"Non hai una domanda più semplice?" Virgil aveva perso tutta la sua sicumera.
"Ti chiedo umilmente scusa, collega, ma la paziente è mia".
Così dicendo Samuel offrì il latte alla ragazzina che bevve lentamente, ma evidentemente con gusto.
"Buono, che cos'è?" chiese flebilmente.
"Chocomilk!, cioccolato, latte e malto, ce lo davano a merenda le suor.
.
mia mamma!".
Samuel guardò Virgil con aria di rimprovero e poi lo chiamò in disparte fuori dall'auto.
"Perché le hai mentito?".
"C'è bisogno di raccontare a tutti i fatti nostri?".
"No, effettivamente...".
"Come ti chiami? io mi chiamo Virgil...Minneapolis!, ma gli amici mi chiamano fattygum!".
"Che buffo!, perché?".
"Perché sono...ero grasso e mangio sempre il cheving gum!".
"Io sono Vanessa Rooney e gli amici mi chiamano Winnye".
"E tu?" disse Vanessa rivolta a Samuel.
"Samuel, Samuel Minneapolis!" rispose ridacchiando.
"Siete parenti?" "In un certo senso...".
Questa volta fu Virgil a chiamare Samuel in disparte.
"Mi stai prendendo in giro?".
"Non ti sembra di esagerare? che cognome è Minneapolis!" "E' che mi doveva adottare una famiglia di Minneapolis due anni fa', poi il padre è finito in prigione per qualche motivo e...".
"Ah, meno male che non erano di Beverly Hills!".
"Tu piuttosto come ti chiami davvero?".
"Smith,...tanto valeva chiamarsi Minneapolis".
Samuel trovò incredibile trovare in sé stesso la voglia di scherzare in quella situazione da incubo e ringraziò mentalmente Virgil per questo.
"Sentite ragazzi, prima saremo in Canada e meglio sarà, quindi a bordo e gambe in spalla".
L'auto partì sgommando puntando dritto a nord.