FIRECROSS

Capitolo 4°

La sala della video conferenza era aperta, la situazione era precipitata nell'ultima settimana
e l'inevitabile corsa agli alimentari, ai carburanti ed ai medicinali aveva fatto la sua parte nel conteggio finale delle vittime.
Inoltre incendi, black out e sciacallaggi vari avevano trasformato New York in una città morta.
Tutti avevano abbandonato la propria attività, vigili del fuoco, poliziotti, medici avevano lasciato la popolazione alla follia collettiva che, comunque, Lee Ann trovava comprensibile.
Lee Ann aveva spedito il padre, ormai libero, dato che non c'era più nessuno a processarlo, in Alaska da sua sorella, ma lei non era riuscita a fuggire prima di sapere a che punto fosse l'espansione del virus.
Erano rimasti solo lei e l'anziano presidente, tutti gli altri erano caduti uno ad uno sotto la mannaia dell'epidemia.
Composte le dodici cifre del codice di accesso al canale di sicurezza nazionale attese pazientemente.
Solo una pagina di testo apparve sul proiettore olografico: "La situazione epidemiologica planetaria si è evoluta nel peggiore dei modi e le persone in fuga non hanno fatto altro che accelerare il propagarsi dell'epidemia, questa è la lista dei luoghi attualmente predisposti ad accogliere il maggior numero di profughi....
.
" Seguiva un elenco di località e Lee Ann le inviò sulla stampante collegata al proiettore olografico.
Lee Ann trovò conforto nel pensiero dell'elicottero che aspettava sul tetto del grattacielo che ospitava l'emittente televisiva.
Un rumore la fece sobbalzare, la porta della sala si richiuse seccamente e Lee Ann ebbe un presentimento.
Corse fuori e vide il pilota dell'elicottero che si allontanava.
"Stiamo arrivando, aspetti!".
"L'elicottero ha cinque posti e noi in famiglia siamo in cinque, mi dispiace".
"L'elicottero è di GlobalTV! si fermi!" urlò il presidente.
"Mi tolga pure il prezzo a rate dalla busta paga!" fu la risposta mentre le porte dell'ascensore stavano chiudendosi.
Con la forza della disperazione il presidente riuscì a bloccare le porte frapponendo un piede all'ultimo istante.
"Lo tolga" disse il pilota portando una mano dietro la schiena.
Vedendo l'anziano presidente aumentare gli sforzi per aprire le porte estrasse una pistola e fece fuoco mirando al volto.
Lee Ann restò paralizzata dalla paura, lei ed il pilota si fissarono negli occhi per un attimo, poi il pilota rimosse il corpo con un calcio liberando le porte dell'ascensore che si richiusero lasciando Lee Ann nella più totale disperazione.
Corse all'altro ascensore e scese al piano terra e ,correndo, uscì in strada.
La strada era completamente ostruita dalle automobili in tutti i sensi di marcia, tutti urlavano, suonavano il clacson, donne con bambini in braccio piangevano disperate.
Lee Ann crollò seduta sullo scalino del portone.
"Lee Ann!, che diavolo fai qui! monta!" Era Alfred, il suo collega più giovane, che in sella ad una moto da "enduro" le sembrò un arcangelo in carne ed ossa.
Alfred le passò un casco e lei si strinse forte alla sua vita mentre la moto partiva a tutto gas verso gli scalini della metropolitana.
"Ma dove vai!" "E' l'unica speranza!, dobbiamo usare la rete della metropolitana, le strade non sono più percorribili".
Così dicendo si gettò giù per gli scalini, poi, dopo aver calato la moto sui binari, proseguirono gettandosi nel tunnel.
C'era traffico anche lì, però la gente era a piedi e molti si gettavano davanti alla moto per farli cadere.
"Tieni!, spara in aria e, se necessario, spara addosso, se ci fermano siamo perduti".
Lee Ann prese la pistola che Alfred aveva estratto dal giubbotto e la guardò titubante.
L'incertezza durò un attimo: quattro o cinque persone si erano disposte l'una accanto all'altra a sbarrare la strada, Lee Ann chiuse gli occhi e sparò.
La moto ebbe un sussulto e, sbandando, riuscì a passare nel varco che lo sparo aveva provocato.
"Dovresti solo mettere la pistola un po' più distante dalla mia testa per favore".
Infatti la pallottola aveva lasciato una evidente traccia sul casco di Alfred, tanto che Lee Ann si sentì quasi svenire.
Le dita di Lee Ann scivolavano sul nylon del giubbotto di Alfred e questo le dette più volte l'impressione di perdere la presa, così cercò a tentoni la cintura dei pantaloni per avere un appiglio più sicuro.
"Ehi! ti sembra il momento?" disse Alfred divertito.
"Pensa a guidare imbecille" fu la lapidaria risposta di Lee Ann.
Erano ormai in aperta campagna ed una rientranza della strada consentì ad Alfred di fermarsi con la sicurezza di non essere troppo esposti alla visuale.
"Innanzitutto leggi questo" disse Lee Anni mostrando la copia del messaggio della difesa che aveva fatto.
"E adesso? facendo un calcolo approssimativo potremmo anche farcela, ma se non troviamo un distributore, se foriamo una gomma o se incontriamo un qualsiasi contrattempo siamo fregati".
"Ecco un buon motivo per partire subito e, per il tuo primo problema guarda dietro le tue spalle".
Infatti una strada correva parallela alla loro e dietro i cespugli si vedeva un distributore.
"Saranno trecento metri, vado io" disse Alfred accingendosi a scavalcare il guard rail dell'autostrada".
"Tu rimani qui e difendi la moto a qualsiasi costo, e se non mi vedi tornare entro dieci minuti parti".
"Senza di te?".
"Non devi pensare a me, devi pensare a salvarti" disse Alfred con tono grave prendendola per le braccia.
"No, è che non so guidare la moto" rispose Lee Ann nello stesso tono appoggiando le mani sulle spalle di Alfred.
"Ok, allora è il caso che io ci riesca".
Passarono cinque minuti e finalmente Lee Ann vide il giubbotto rosso di Alfred comparire dietro le vetrate del distributore.
Alfred andò, con una tanica, verso le pompe di benzina e iniziò a riempirla.
Un rumore assordante fece alzare il capo di Lee Ann e un forte vento la gettò quasi a terra.
Un elicottero che ben conosceva si posò vicinissimo.
Junior scese con due gorilla sorridendo.
"Non ci posso credere! sei proprio tu!, scommetto che stai andando da tuo padre in Alaska".
"E tu come lo sai verme!" "Il tuo papino non ha segreti per me, lo sai, e poi sai che abbiamo , anzi ho, una casa proprio lì vicino, la usava mio zio per andare a fare la caccia all'alce.
" "Com'è che non sei fuggito da New York come tutti gli altri? pensi che il diavolo ti protegga anche dai virus?".
"Diciamo che ho un mio asso nella manica, ti do la possibilità di salvarti la vita mia cara, te lo chiedo una sola volta, vuoi salire?" "No, preferisco morire, grazie, e poi non sono sola".
Disse Lee Ann indicando Alfred che correva loro incontro attraverso il campo che li separava dal distributore.
"Ah, ma potevi dirlo subito, Patrick sii gentile, pensaci tu".
Il gorilla alla sinistra di Junior estrasse con lentezza una pistola mentre l'altro agguantò Lee Ann mettendole una mano sulla bocca.
Alfred cadde senza un grido.
Lee Ann scalciò con tutte le forze finchè non sentì un ago penetrarle nella spalla, poi tutto diventò buio.
Elsa ed Arthur erano seduti sui sedili posteriori dell'elicottero.
"E' la stessa iniezione che hai fatto a noi Junior?".
"No Elsa, per lei e per suo padre dovrà meritarsela".
Junior pronunciò la frase facendosi scorrere tra le dita i capelli di Lee Ann.
"Junior, noi ti abbiamo cresciuto come un figlio, non per questo tu ci devi nulla, ma...".
"Ecco, brava, io non vi devo nulla quindi stai zitta o ti faccio scendere, e considera che non mi va di perdere tempo un'altra volta ad atterrare".
Elsa si rifugiò sulla spalla di Arthur per sfogare un pianto sommesso.
L'elicottero era lontano ed una macchia rossa si mosse nel campo.
"Ci rivedremo maledetto" pensò Alfred rialzandosi.
Per fortuna aveva visto l'arma per tempo ed era riuscito a fingere, con un adeguato tempismo, di essere stato colpito.
Finzione non molto distante dalla realtà visto che il colpo aveva sbrecciato il manico della tanica di benzina.
Fece il pieno alla moto e legò la tanica non completamente vuota al bauletto.
Partì come un razzo mentre il sole era già alto alle sue spalle.
Quello che aveva sentito era più che sufficiente per suggerire una meta precisa al suo viaggio.
Sapeva benissimo dove si trovava la residenza estiva dei Gilmore in Alaska, ci aveva fatto un servizio solo l'anno prima.
"Da solo sono più veloce e la moto ha più autonomia, forse mi hai addirittura salvato la vita Junior".
Il livore e la sete di vendetta, oltre che la speranza di rivedere la "sua" Lee Ann, aiutavano Alfred a reggersi in sella, ma realizzò anche che da parecchio tempo non mangiava nulla così si fermò pensieroso un centinaio di metri prima di una stazione di servizio.
Aveva due possibilità: una era la sorpresa, cioè irrompere all'interno, arraffare quel che poteva e scappare; L'altra era di nascondere la moto ed avvicinarsi di soppiatto, prendere il prendibile e riguadagnare la moto senza farsi notare, ammesso che ci fosse qualcuno.
Al distributore non aveva trovato anima viva.
Scelse la prima soluzione e diede gas.
Salì la rampa di accesso con la moto e sfondò la vetrate urlando e sparando in aria, ma era inutile, non c'era nessuno.
Nessuno a parte un Basset Hound bianco e marrone che lo fissava da sotto un tavolo.
"Scusa, è che avevo paura che mi fregassero la moto e...sei mai stato in Alaska? ci sono certe cagnette da slitta!".
Alfred trovò una cassetta di birre vuota che si prestò allo scopo e la fissò la sellino della moto con delle corde elastiche.
Nel retro trovò la cuccia del Basset Hound con su scritto il nome del cane.
"Hotdog!, che fantasia!, vabbè mi sa che dovrai viaggiare in una cassetta di birre, ma Hotdog e Birra mi sembra che vadano d'accordo no?".
Svuotò il bauletto delle cose che conteneva e lo riempì di scatolette di carne, qualche lattina di birra e dei creackers.
"Bene, caro compagno di viaggio, partiamo".
Ormai era pomeriggio inoltrato ed Alfred cominciava a sperare di farcela; aveva superato il confine col Canada ed era quasi arrivato a Montreal.
Adesso l'importante era allontanarsi il più possibile dalla metropoli di Montreal che sarebbe stata sicuramente tra le prime mete della gente in fuga dal nord America.
Girò intorno alla città utilizzando l'autostrada esterna e puntò dritto su Chibougamau.
L'autostrada scorreva accanto al centro industriale di Montreal e, mentre stava costeggiando un enorme capannone a vetri Alfred vide la propria immagine riflessa e, dietro di lui, il suo compagno di viaggio di cui si era completamente dimenticato.
"Ecco un cane felice" pensò Alfred.
Infatti Hotdog aveva orecchie e lingua svolazzanti al vento e questo gli dava un'espressione talmente allegra che Alfred non poté contenere una gran risata.
Vanessa aprì gli occhi e si ritrovò sola in auto, Samuel e Virgil erano fuori, in piedi.
Samuel si voltò premuroso.
"Ti sei svegliata? come ti senti Winnye?".
"Ho qualcosa per te" disse Virgil dirigendosi verso il suo prezioso Zaino.
"Tieni, questo è il migliore che ho" disse porgendo a Vanessa una barretta di cioccolato.
"Grazie, però ho anche sete...".
"Non c'è problema, ti do una lattina di aranciata".
Samuel vide la tenda di Virgil e la estrasse dalla macchina.
"Virgil se mi aiuti a montarla noi due potremmo dormirci dentro e Vanessa può restare in auto".
"No, non lasciatemi sola, per favore!".
"Ha ragione e poi la mia tenda è per una persona sola, ci dormo io".
"Ah no, voi siete senz'altro due ragazzi in gamba, ma tocca a me dormire fuori, dopotutto sono io l'adulto".
Così fecero, Virgil montò la tenda e Samuel vi si sistemò meglio possibile, mentre Virgil e Vanessa si sistemarono nella Station Wagon.
Nello stesso istante la moto si Alfred cominciò a sussultare e, dopo poche decine di metri, si spense.
"Capolinea Hotdog, abbiamo fatto quello che potevamo per allontanarci, potremmo continuare a correre a piedi, ma io non ce la faccio più".
Alfred estrasse il cavalletto e tirò giù il cane dalla moto, che ne approfittò immediatamente per alzare la zampa contro la ruota anteriore.
"Già, scusami, ma andavo di fretta".
Crollò a terra seduto e, aperta una scatoletta di carne, cominciò a mangiarne il contenuto con le mani.
I guaiti di Hotdog gli ricordarono di non essere solo ed aprì un'altra scatoletta.
Hotdog mostrò di gradire moltissimo anche la birra, ma di non reggerla molto, dato che cadde pesantemente addormentato dopo pochi minuti.
Il castello di Seward era imponente e completamente costruito con blocchi di roccia scura.
Si affacciava su uno strapiombo per il buon cinquanta per cento del suo perimetro e, sotto, il mare del nord ribolliva sempre minaccioso.
La neve lo ricopriva tutto, e la sagoma dell'elicottero, nel cortile centrale, mal si sposava con l'aspetto medievale del complesso.
Nonostante fossero le nove del mattino il cielo era buio e la stanza lussuosa in cui si svegliò Lee Ann aveva un aspetto tetro.
Elsa ed Arthur erano ai piedi del letto con un'espressione dispiaciuta.
"Come stai Lee Ann? come ti senti?".
"Sto bene, adesso mi alzo a vado da mio padre".
"Certo, ti porto subito qualcosa da mangiare, abbiamo tutto qui sai? vuoi delle uova? le ho prese adesso nel pollaio ed Arthur ha appena munto la mucca".
"Grazie Elsa, sei sempre stata così dolce con me, come hai fatto a sopportare quel mostro per tanti anni".
"E' che l'ho visto nascere, ho sempre sperato che migliorasse, che magari incontrasse una brava ragazza che lo addolcisse un po', ma..., comunque adesso devi pensare a tirarti su, quella droga che ti hanno dato il elicottero ti ha fatto dormire per quasi due giorni".
"Va bene dammi quello che vuoi tu, io mangerò da brava bambina, poi prendo la mia roba e me ne vado".
"Temo che non sarà facilissimo mia cara" disse Junior irrompendo nella stanza.
Lee Ann si ricoprì istintivamente con le coperte anche se era completamente vestita.
"Ti faccio paura!, ma no!, se mi hai sempre guardato come un insetto!".
"Tu SEI un insetto mio caro, è che gli insetti mi fanno schifo!".
"Continua così, la mia soddisfazione sarà solo più grande...".
"Cosa vuoi dire?".
"Adesso mangia, poi parliamo di affari".
Junior se ne andò seguito dallo sguardo di disprezzo di Arthur.
"Cosa vuol dire? che affari?".
"Non lo so cara" disse Arthur mestamente "ma sarà senz'altro qualcosa di schifoso, come tutta la sua esistenza".
Lee Ann pensò che aveva bisogno di tutte le sue forze per combattere Junior e si sforzò di consumare la colazione.
"Junior ti aspetta in biblioteca, ti posso accompagnare?" "Smettila con queste cerimonie! io non sono un ospite, sono un ostaggio, certo che voglio parlare con quel maiale".
"Allora?" urlò Lee Ann irrompendo nella stanza.
"Puoi andare Arthur" fu la risposta di Junior.
Appena furono soli Junior si sedette su una comoda poltrona.
"Dunque, come ben sai io posseggo una industria farmaceutica e , tra le altre cose, ci occupiamo della produzione di vaccini su ordinazione dei vari istituti di ricerca mondiale, ma quello che non sai, è che abbiamo anche un nostro istituto di ricerca".
"L'ultimo nostro grande successo è proprio il vaccino per il virus che sta spopolando il nostro pianeta".
"Ma, come è possibile che in così poco tempo abbiate ottenuto il vaccino, in genere ci vogliono anni di ricerca".
"Si perché in genere si produce il vaccino dal virus, noi abbiamo prodotto il virus dal vaccino!" Junior scoppiò in una risata isterica.
"Ci siamo sbagliati, io volevo solo dimostrare che il nostro vaccino era veramente efficace e così ho fatto in modo di disseminare qua e la qualche piccolo virus da cui i vaccinati dovevano essere immuni, peccato che il contagio sia stato un po' più ampio".
"Vorresti dire che la tua industria è responsabile di tutto quello che è accaduto?".
"Si, è inutile negarlo, siamo responsabili".
"Ma come hai fatto a contaminare così in fretta quasi tutto il pianeta?".
"Una organizzazione umanitaria mi ha dato una mano".
"Ah, e se non fosse stata umanitaria?".
"No, loro non sanno niente, è stata un'idea mia, gli appartenenti alla Firecross, così si chiama, dovevano solo vaccinarsi contro le malattie infettive con il nostro vaccino, solo che noi abbiamo invece iniettato in alcuni di loro una sorta di vaccino "attivo" che era in grado di mutare ed ogni volta di essere altrettanto contagioso, alla fine il messaggio sarebbe stato: Guardate abbiamo inserito nelle stesse fila dell'organizzazione la gente infetta e nessuno del personale vaccinato si è ammalato".
"Ma, a tutta la gente che avrebbe avuto contatti con loro non ci hai pensato!".
"Si, disgraziati che sarebbero morti comunque di fame, di stenti o di chissà quale altra malattia!, solo che...il personale, dopo una missione, tornava a casa ed il contagio avveniva anche in zone non prevedibili".
"Per la prima volta in vita mia non so che dirti, cosa vuoi da me adesso?" "L'epidemia si estenderà ovunque, nessun posto è sicuro se non sei vaccinato, io posso salvare te e tuo padre, ho qualche dose di vaccino in salvo, ma...".
"Ma?".
"Hai già capito, mi sei sempre piaciuta, fin da quando eravamo ragazzini, ma tu mi hai sempre odiato, adesso non ti chiedo di amarmi, ti chiedo di essere la mia schiava, prendere o lasciare".
"Lo sai benissimo che non ti toccherei nemmeno con una canna da pesca, è molto meglio morire!" Lee Ann aveva risposto quasi ringhiando stringendo i pugni fino a farsi male.
"Si, prevedevo questa risposta, e mi sono portato qualche fanciulla di ricambio, ora non mi mancano, ma ti conviene ripensarci, tuo padre morirebbe solo per colpa tua, cara la mia vergine inespugnabile".
La dottoressa Brianthon si passò il guanto giallo sulla visiera del casco.
"Professor Yura, comincio a disperare che ne verremo mai fuori".
"Non posso darle torto, ci è stato assegnato un compito di enorme difficoltà".
Il laboratorio era immerso in una cupa luce rossastra, interrotta solo dagli schermi dei computer allineati sul bancone accanto al microscopio elettronico.
Come goffi pupazzi con la coda il professor Yura e la sua assistente continuavano a sostituire campioni su campioni nella feritoia del microscopio, ma ogni volta sembrava di avere a che fare con qualcosa di nuovo.
"Potremmo continuare ad isolare ogni virus, deattivarlo e produrne un vaccino, ma la gente continuerebbe a morire per gli altri, è un'impresa disperata".
Il professor Yura si sedette su una sedia, per quanto la pesante tuta glielo consentiva.
"Penso che dovremo comunicare la nostra definitiva sconfitta".
"Professore, abbiamo fatto il possibile, siamo di fronte a qualche cosa di nuovo, qualche cosa creato dall'uomo per distruggere l'uomo".
"Si, penso anche io che la natura sia del tutto innocente, se questo è il destino dell'umanità, che si compia".
"Abbiamo visto che il periodo di incubazione del Virus cambia per ogni sua forma, questo vuol dire...".
"Vuol dire che le analisi preliminari di accesso a questa base potrebbero essere inutili e che qualcuno potrebbe scatenare il contagio da un momento all'altro".
"Dobbiamo comunicare anche questo?".
"No, conoscendo la mentalità militare potrebbero decidere di far saltare la base con tutti i suoi occupanti".
"Allora andiamo professore, le offro una cena gratis alla mensa della base, finchè c'è".
Il professore premette il grosso pulsante verde con il palmo della mano e la porta si aprì con un sibilo, poi, tolte le tute, passarono alle consuete procedure di decontaminazione senza farci più caso, infine indossarono le leggere tute arancioni che erano diventate ormai una seconda pelle.
In coda il professor Yura osservava ogni commensale cercando qualcosa, un particolare, che ne rilevasse una qualche affezione virale.
"Sembrano tutti sani come pesci".
"Perché? non lo siamo? cosa vuol dire professore?".
Il professor Yura non si era avveduto del militare che si trovava dietro i contenitori delle posate ed adesso doveva trovare al più presto una risposta plausibile.
"Il professore parlava dei topi che teniamo sotto osservazione in laboratorio, mi può passare quella fetta di torta di mele? sarà di questo lustro?".
"Grande prontezza di spirito dottoressa Brianthon, la ringrazio".
"Normale scaltrezza femminile, se me lo concede".
"Concedo e plaudo".
"Adesso abbandoniamoci al luculliano banchetto, poi tiriamo un bel respiro ed andiamo dal comandante della base a dire che abbiamo miseramente fallito".
"Che sarà di noi dottoressa Brianthon?".
"Ha pratica di pronto soccorso? quando scoppierà l'epidemia all'interno della base ci sarà molto da fare".
"Certo, bisogna lottare perché è quasi certo che una piccolissima percentuale di pazienti sopravvive all'infezione".
"E noi lotteremo, fino all'ultimo respiro".
Così dicendo la dottoressa strinse le mani del professore tra le sue sopra il tavolo.
Notando il palese imbarazzo del professore la dottoressa si abbandonò ad una risata che sollevò non poco il morale di tutti i commensali, che, evidentemente, facevano molto affidamento sulle loro ricerche.
Alex era subentrato a Venanzio alla guida da poco più di una decina di minuti quando cominciò ad intravedere le luci di Cracowia all'orizzonte.
Dopo aver proseguito lungo il mare fino ad Al Bayda, avevano trovato un piccolo traghetto abbandonato, che fu più che sufficiente a contenere il fuoristrada, poi avevano attraccato ad Atene.
Il viaggio era proseguito in una tranquillità spettrale, anche perché avevano fatto di tutto per evitare di incontrare chicchessia, scegliendo strade secondarie e distanti dai grossi centri attraversando tutta l'Europa dell'est.
Arrivarono alle prime luci dell'alba, il porto di Danzica era avvolto in una nebbia lattiginosa.
Le gru dei moli sembravano mostri preistorici pietrificati.
Il fuoristrada si fermò vicino ad una enorme nave battente bandiera norvegese.
Un uomo impartiva ordini secchi a dei marinai avvicendati accanto ai container arancioni.
"Scusate dove siete diretti?" chiese Alex.
"Perché volete saperlo? cosa siete militari? che uniformi sono quelle?".
Solo in quel momento Alex si rese conto di quanto dovevano sembrare strane quelle tute nere, soprattutto per il collare di metallo su cui si assicurava il casco.
"Siamo tecnici di una piattaforma petrolifera dobbiamo andare a Rjukan, in Norvegia, queste sono tute ignifughe".
"E ci andate sempre in giro con le tute ignifughe?".
"No volevamo prima chiederle un posto a bordo, pagando si intende, e poi ci saremmo andati a cambiare".
"Pagando come? e dell'auto cosa ne fate?".
"Abbiamo dei viveri militari, e l'auto fa parte del pagamento".
Il comandante si grattò il mento pensieroso.
"Vediamo questi viveri" Alex aprì lo sportello posteriore del fuoristrada mostrando gli scatoloni di razioni da combattimento che avevano avanzato.
"Tecnici di una piattaforma petrolifera vero? cos'altro avete rubato?".
Alex fermò l'iracondo Venanzio con uno sgambetto un attimo prima che si avventasse sul comandante.
"E porgila questa guancia, una volta tanto" disse Alex a bassa voce.
"Ci ha dato dei ladri!" rispose Venanzio rialzandosi.
"Va' benissimo così".
"Veramente una cosa c'è" disse Alex al comandante porgendogli una borsa.
"Cosa sono questi? mitra? e le pallottole?".
"Sono due Steyr militari e nella borsa ci sono quattro scatole di pallottole".
"Va bene, la nave salpa tra un'ora, la roba la prendo subito, mettete l'auto in quel container aperto vicino alla scaletta, noi siamo diretti al porto di Bergen, poi sono fatti vostri".
Alex riuscì con difficoltà a far entrare il grosso fuoristrada nel container, poi si avvicinò ai suoi compagni che lo aspettavano davanti ad un bar in fondo al molo.
"Io la tuta da "tecnico petrolifero" non me la tolgo, hai visto che facce quei marinai?" disse Jose' appena Alex fu a tiro di voce.
"Se è per questo io mi sono guardato bene da offrirgli anche questi" e così dicendo Alex svolse una coperta che teneva sotto un braccio rivelando la presenza di due Steyr.
"Vedo che siamo tutti rilassati disse Venanzio, allora!, che si mangia adesso?".
"Tra un'ora salpiamo, spero che ci inviteranno alla mensa di bordo".
"Già, e poi quelle schifezze militari non le sopportavo più, mi fanno venire i brufoli" Sharon si era seduta su una bitta con il mento appoggiato sulle ginocchia.
"I caschi delle tute dove sono Alex?".
"Non potevo farglieli vedere, Norma, sono nascosti nel vano della ruota di scorta".
Dopo un ora esatta la nave salpava alla volta della Norvegia.
Per le prime due ore il viaggio fu tranquillo, a parte il disagio di Sharon alle occhiate inequivocabili dei marinai, poi si sentì un tonfo All'interno del container che conteneva la macchina.
Poco dopo il container si apri' e ne uscì il comandante con i caschi in mano.
"Cosa sono questi? siete militari vero? è meglio se ci dite subito cosa volete o vi butto a mare!".
"Ve l'ho detto, siamo tecnici petroliferi, quelli sono i caschi di queste tute".
"C'è il simbolo dell'esercito americano, qui!".
"Tombola" disse Jose' tirando la manetta di armamento dello Steyr che teneva dietro la schiena.
Norma contò mentalmente dieci marinai tra tutti quelli che aveva visto, cuoco e comandante compresi.
"Questi sono disertori, e magari vengono anche da zone infette!, dobbiamo toglierceli di torno subito!" disse il nostromo spuntando dal ponte superiore armato di una doppietta.
Appena ebbe inquadrato il bersaglio fece fuoco verso Alex che, per fortuna, se ne avvide in tempo rimediando solo una ferita di striscio in una coscia.
Jose rispose al fuoco ed il nostromo ricevette una raffica in pieno petto precipitando quasi addosso al comandante.
L'inequivocabile gesto con cui il comandante portò la mano dietro la schiena fece partire una seconda raffica che però non lo colpì, cosi Venanzio gli si gettò addosso prima che potesse portare la pistola.
"Così ci hai dato dei ladri, sottospecie di pirata barbanera".
La mole e l'ira di Venanzio ebbero presto la meglio e il comandate andò rovinosamente a sbattere con il capo contro uno spigolo del container.
Crollò a terra con gli occhi spalancati e Venanzio capì che lui, uomo di chiesa, che più di tutti avrebbe dovuto fare del bene, aveva ucciso un uomo.
Gli spari attirarono il resto dell'equipaggio che si precipitò sul ponte.
José colpì con il capo di una gomena un marinaio che era giunto all'improvviso dalla scaletta posteriore.
Alex sparò una raffica di avvertimento in aria.
"Non abbiamo cattive intenzioni" esordì infelicemente Alex.
"Avete ammazzato due persone e non avete cattive intenzioni!, complimenti!, cosa volete adesso?".
"Non è stata colpa nostra, quell'uomo ci ha sparato addosso con il fucile, noi ci siamo solo difesi, poi il vostro comandante ha estratto una pistola puntandocela addosso, cercando di togliergliela il mio compagno lo ha spinto mandandolo contro il container... è stato un incidente".
"Tanto non è una gran perdita" disse un marinaio gettando a terra una enorme chiave inglese.
"Non parlare così" disse Venanzio che fino a quel momento era rimasto immobile a guardare il corpo del capitano.
"Ho spezzato una vita umana, Dio mio potrai mai perdonarmi!".
Venanzio crollò in ginocchio piangendo come un bambino.
"Io mi chiamo Gunther, cosa ne facciamo dei corpi?" il marinaio raccolse la chiave inglese e la gettò ai piedi di Alex in segno di distensione.
Alex abbassò il mitra e poggiò una mano sulla spalla di Venanzio.
"Lo hai fatto per salvare altre vite, se tu non avessi fatto nulla avresti la mia di vita sulla coscienza".
"Le tua parole non cambiano i fatti, ho ucciso un uomo e basta".
"Dobbiamo parlare!" disse Alex a voce alta.
Uno alla volta i marinai si sedettero a terra sul ponte imitati prima da Alex, poi da Norma che prese posto al suo fianco ed infine da Sharon, che si inginocchiò accanto a Venanzio cingendogli le spalle con un braccio.
José rianimò il marinaio che aveva stordito poco prima estraendo la mascherina dalla tuta ed aprendo la bombola di ossigeno.
Il marinaio si rianimò subito e guardò stupito la mascherina che José gli aveva appoggiato sul volto.
"Si, sono delle tute particolari, adesso vi spiegherò tutto, poi deciderete se collaborare con noi oppure no".
Alex spiegò tutto nei minimi particolari, della organizzazione di Firecross, di come erano stati salvati dal colonnello, del loro viaggio fino a quel punto.
"Adesso dobbiamo arrivare a Rjukan e dobbiamo incontrare uno scienziato giapponese che ci spiegherà forse qualche cosa su questa epidemia e, magari, il sistema di salvarsi.
" "Andiamo con loro Gunther, tanto non sapevamo più cosa fare".
"Tanto per essere sinceri, noi siamo tutti provenienti dal carcere di Oslo, ci aveva assoldato al porto per un tozzo di pane, voleva usarci come pirati, per saccheggiare le città le imbarcazioni in fuga verso il nord.
" disse Gunther guardando con disprezzo il corpo del comandante.
Detto questo Gunther prese il comandante per una caviglia e lo trascinò fino al limite del ponte per poi farlo scivolare in mare senza troppi complimenti.
Fu imitato dai suoi compagni che scaraventarono in mare il corpo del nostromo.
Il più giovane dei marinai si avvicinò a Sharon con un sorriso offrendole un fiaschetta metallica.
"Bevi, disse Gunther, è una specie di liquore dolciastro ed appiccicoso che gli manda la madre".
"Sharon accettò con titubanza, ma sembrò gradire molto il sapore della bevanda".
"Mi chiamo Olaf, sono di Bergen e tu?".
"Io Sharon e sono americana, è buono, cos'è?".
"Panna, alcool e cioccolato, aiuta contro il freddo".
"Io sono Norma" la presentazione di Norma fu molto brusca, ma il giovane marinaio le sorrise ugualmente.
"C'è una cosa che devo dirvi, se vi unite a noi potreste correre dei pericoli, infatti nessuno ci garantisce che a Rjukan troveremo chi cerchiamo, le persone che hanno cercato di ucciderci in Africa potrebbero essere lì ad aspettarci".
"Un motivo in più per accompagnarvi" disse Olaf guardando Sharon con tenerezza.
Norma scattò in piedi stizzita.
"Avete qualche cosa da mettere sotto i denti? è un'eternità che non facciamo un pasto caldo".
"Si, certo" disse il cuoco "vado subito a preparare per tutti".
Il viaggio proseguì abbastanza serenamente e persino Venanzio mostrò di riprendere ,almeno in parte, il proprio buon umore, aiutato anche dal vino che il cuoco aveva estratto dalla cambusa in generosa quantità.
Alex raggiunse Venanzio sul ponte dove si era recato per smaltire i fumi del vino.
"Devo confessarti una cosa...".
"Quando cominci così piovono guai a catinelle Alex, parla, prima che mi passi la sbronza".
"Ho il sospetto che l'epidemia si sia distribuita anche con il contributo di noi della Firecross".
"Cosa vuoi dire? che siamo portatori sani o una cosa del genere, del virus?".
"Dei virus, abbiamo visto che le epidemie non sono del tutto identiche, ma quello che mi sconvolge è che ho ripensato a quando Irma ci ha mostrato i focolai sull'immagine olografica della terra ,ricordi?".
"Si, e allora?".
"Ripensa a quei puntini rossi e pensa al piano di azione della Firecross di questo anno, sono tutti punti di intervento delle nostre squadre".
"Spesso l'indigenza e la fame si accompagnano a situazioni igieniche disperate che favoriscono inevitabilmente l'insorgere di malattie infettive, pensa alla malaria o all'a.
i.
d.
s.
in Africa".
"Venanzio, io ho un tremendo sospetto, che noi siamo stati usati come cavie per testare quel vaccino, ma che siamo stati usati anche come untori per farne vedere l'efficacia al mondo, quindi la colpa di tutto sarebbe solo ed esclusivamente mia, della mia maledetta idea di fare l'eroe in giro per il mondo".
"Anche se fosse tutto vero tu hai sempre avuto solo buone intenzioni, al limite quei mostri si sarebbero approfittati di noi, se la loro fantasia malvagia è arrivata a quello, si sarebbero sicuramente inventato qualche cosa d'altro anche senza di te".
"Ma, poi c'è un'altra cosa che non quadra, i focolai erano anche in Europa ed America, ben lontani dai nostri luoghi di intervento".
"E' proprio quello che mi ha convinto, in ogni luogo vive qualche membro di Firecross".
"Certo che aveva un che di misterioso, a pensarci bene, essere ricoverati per quindici giorni in un castello in Alaska solo per un vaccino".
"Infatti, se non troviamo risposte in Norvegia penso che dovremo tornare in quel maledetto castello".
Arrivarono nel porto di Bergen, José si incaricò di estrarre il fuoristrada dal container appena i marinai della "North Shadow" lo depositarono a terra con la Gru di bordo.
Siamo in tredici , dobbiamo trovare un mezzo per portare almeno otto persone.
"Qui a Bergen ho un amico che vende automobili, vado a chiedergli se ce ne presta un paio".
"Grazie Gunther, noi prepariamo il necessario per il viaggio, qualcuno di voi conosce la strada per Riukan?".
"Io Alex, mio cugino Stephan lavora in un pub in questa stagione".
"Come si chiama il pub di tuo cugino?".
Chiese Alex incuriosito.
"Si chiama Norway, ce ne sono solo due nel paese.
"Perfetto non appena arriva Gunther con le auto partiamo".
Una fitta alla coscia ricordò ad Alex la ferita inflittagli dal nostromo.
Era un ottima occasione per famigliarizzare con Norma, dopotutto era un medico.
"Norma, saresti così gentile da dare un occhiata alla mia gamba?".
"Certo andiamo sopra nelle cabine, disse dirigendosi verso la scaletta della nave".
Alex non poté nascondere un sorriso che non sfuggì a Venanzio.
"Ora o mai più, Alex, fatti coraggio".
"E non mettermi fretta" disse Alex indispettito.
Andarono nella cabina del comandante che faceva anche funzione da infermeria della nave.
"Togliti i pantaloni e sdraiati sul letto" nel parlare norma iniziò a lavarsi le mani con un flacone di disinfettante.
Alex si spogliò e si distese sul lettino.
"Senti ,Norma è da un po' di tempo che ti volevo dire una cosa che mi sta molto a cuore".
"Dimmi" disse norma premendo un tampone intriso di disinfettante sulla ferita.
"Aspetta un attimo..." la ferita bruciava tremendamente.
"Ecco io, ero sposato con una donna meravigliosa , ma un giorno accadde un incidente ...".
"So tutto" infilandosi dei guanti sterili ed armeggiando con ago e filo da sutura.
"Te lo ha detto Venanzio?".
"Già!".
"Sai, sei la donna meno loquace che io abbia mai conosciuto".
"Se è un complimento, grazie".
"Prego, insomma, io credo che sarebbe sprecata una persona come te se non avesse un legame sentimentale, qualcuno con cui dividere gioie e dolori".
"Non ti seguo " Norma rispose nel momento stesso in cui l'ago entrava nella pelle di Alex.
"Sei già legata con qualcuno?.
.
" "Legata no, diciamo che sono innamorata di un'altra persona..." "E, non ti ricambia? o dopo quello che successo non hai più potuto incontrarlo?".
"Alex..., è Sharon la persona, tu non ti accorgi mai di niente vero?".
"Io..., si, certo solo che per delicatezza non volevo intromettermi...".
"Se vuoi farmi la morale, scordatelo, non è il momento e poi ho l'ago dalla parte del manico" e Norma tirò un altro punto.
"No!, volevo solo chiederti un parere come medico sulla nostra vaccinazione in Alaska, ma ne possiamo anche parlare più avanti, adesso vorrei svenire un attimo" così dicendo Alex morse il cuscino per il dolore.
Venanzio lo aspettava in fondo alla scaletta.
"Come è andata?".
"Quattro punti e una delusione".
"E' già impegnata? non si è mai saputo niente della sua vita privata... devo ammettere che sono molto incuriosito".
"E' meglio se ti tieni la curiosità, io vado a rimettermi la tuta come aveva consigliato saggiamente José, se gli avessi dato retta non avrei una cerniera lampo sulla gamba".
Gunther tornò neanche mezzora dopo, con un furgone ed un'auto, quanto bastava per contenere tutti i marinai della North Princess, così Alex e gli altri salirono sul loro fuoristrada.
"Guido io" disse José "fino ad adesso sono quello che ha guidato di meno".
Venanzio prese posto accanto a José ed Alex seguì Sharon che si era seduta sul sedile posteriore.
Notando il leggero disappunto di Norma si rialzò per cederle il posto centrale accanto a Sharon.
Norma rispose alla gentilezza con un sorriso.
"E' una paresi o stai sorridendo?" "E' una paresi" rispose Norma divertita.