- Tra Mantus e Tagete
Capitolo 3°
Un rumore secco svegliò Saverio di soprassalto.
Aprì gli occhi a fatica,con le labbra non gli riuscì: erano come incollate tra loro.
Probabilmente durante il sonno un qualche movimento gli aveva riaperto la ferita ed il sangue fuoriuscito dal labbro si era raggrumato.
Era giorno fatto ma la stanza era buia, pioveva a dirotto e delle raffiche di vento continuavano ad aprire e chiudere rumorosamente la porta di lamiera del capanno degli attrezzi, in fondo al cortile.
Saverio capì che era stato quel rumore a svegliarlo, ma quello che attirò
e prese prepotentemente tutta la sua attenzione fu la sensazione di calore nella schiena: non era solo a letto, Chiara era accanto a lui, ancora vestita come la sera prima.
Dormiva con la bocca aperta, accoccolata su un fianco, una mano sotto la guancia e l’altra tra le ginocchia.
Saverio decise di godere di quel momento il più a lungo possibile, lo scrosciare della pioggia era diverso a seconda di dove cadevano le gocce,
un rumore secco e forte sulla lamiera del capanno, più basso e diffuso se a diffonderlo erano le foglie del grande nocciolo in giardino, quasi musicale se le gocce rimbalzavano sul mancorrente del balcone, il tutto mescolato ai rumori della stanza: certi consueti come il ticchettio del pendolo, il gorgogliare dell’acquario ma un altro era nuovo e rendeva banali tutti gli altri, era il respiro di Chiara, a dieci centimetri dal suo orecchio.
Un ciuffo di capelli le attraversava il volto dalla tempia al mento, passando sulle labbra socchiuse, lo prese delicatamente con due dita e lo spinse dietro l’orecchio.
Così poteva vederla meglio e rendersi conto di quanto, fino a quel momento,
avesse usato ad ufo l’aggettivo “incantevole”, ma proprio per questo nella sua mente cominciarono a formularsi spontaneamente le domande che un minimo di saggezza imponeva:
Una donna bellissima, che non aveva nascosto la sua antipatia nei miei confronti, alla quale ho fatto quasi perdere il posto…che ci fa nel mio letto?
Con l’aumentare dell’età la prima persona verso la quale ci si sente disincantati è la propria, quindi Saverio aveva smesso da tempo di riporre una gran fiducia nel proprio fascino.
Le ultime storie che aveva avuto gli avevano dato una grossa spinta in quel senso.
La discreta posizione sociale ed il benessere economico si erano dimostrate l’unica e sola fonte del suo essere “interessante”.
Ma Chiara era una dirigente e sembrava essere di famiglia agiata, che voleva da lui?
Era comunque innegabile, quale che fosse il fine ultimo, che Chiara era stata preziosa negli ultimi due giorni, e di questo doveva esserle grato.
Alzò la testa e si guardò nello specchio del comò alle spalle di Chiara.
La barba lunga, il pallore ed il labbro gonfio gli confermarono che nemmeno la sua bellezza poteva aver attirato Chiara.
Si alzò il più silenziosamente possibile e scese al pian terreno per cercare di
Restaurare il restaurabile di se stesso.
Dopo una lunga doccia si fece accuratamente la barba, come chi si rade dopo una lunga malattia, per riconciliarsi con se stesso e festeggiare il ritorno alla normale vita quotidiana.
Andò in cucina e preparò la colazione nel miglior modo possibile, messo tutto su un vassoio salì da Chiara.
Non era nel letto, il rumore della doccia veniva dalla porta aperta del bagno accanto alla camera.
“Buon giorno” disse a voce alta “ti ho preparato la colazione”
“Non era necessario che ti disturbassi, io al mattino riesco a malapena a buttar giù un caffè, poi la colazione la faccio al bar” rispose Chiara uscendo dalla doccia tenendosi un asciugamano sul petto.
Saverio si voltò d’istinto e questo fece sorridere Chiara divertita.
“Se ti imbarazzo mi posso chiudere dentro, ho trovato solo un’asciugamano”
“Non mi imbarazzi affatto è che già hai fatto tanto per me… ci manca solo che tu mi faccia pure da parco dei divertimenti, ti porto subito un’accappatoio”.
Saverio ne cercò uno nell’armadio e lo diede a Chiara facendo entrare solo il braccio nell’apertura della porta del bagno.
“Oh! Che bel rosa! Hai anche le ciabattine di peluche abbinate?”
“Evidentemente non è mio… lo ha dimenticato qui la signora delle pulizie… credo”.
“SI, si certo tutte le signore delle pulizie si fanno la doccia sul lavoro prima di tornare a casa… Visto che hai fatto la fatica fammi vedere cosa mi hai preparato”
“Una cosa normale: panini caldi, burro che prendo nella fattoria qui accanto, marmellata fatta in casa sempre dai contadini miei vicini di casa, caffè… latte”
Chiara si dedicò con una certa voracità alla colazione e Saverio la guardava in silenzio.
“Ma tu non mi fai compagnia?”
“No , scusa ma sono sveglio da un bel pezzo, mi sono già fatto il caffè due volte e…”
si interruppe e la fissò serio…”perché sei qui Chiara?”
le chiese cercando di non dare nessuna intonazione particolare alla voce che potesse essere interpretata come astiosa od inquisitoria.
Chiara lo guardò fermandosi solo per un attimo di masticare.
“Vuoi dire che non ti ricordi più nulla?”
“Lo sai cosa voglio dire… mi hai accolto per quello che ero, un intruso,
sentivo il tuo livore nell’aria, poi sei stata pure scavalcata professionalmente
per consentirmi di rimanere, e questo giustificherebbe addirittura odio nei miei confronti, sarebbe più normale se tu mi volessi morto ed invece… mi fai da
crocerossina, mi hai portato a casa e, ieri sera, ho avuto l’impressione che fossi disposta a darmi ben di più se non fossi crollato come un sacco di patate.
Perché?”
“Ti darò una risposta molto femminile: no lo so, o meglio, lo so ma non me lo spiego neppure io, ma se ti dà fastidio la crocerossina se ne và subito, non ti preoccupare…”
“Vorrei che tu mi infastidissi per i prossimi novantasei anni, se non hai altri impegni …”
“Senti… io direi di tornare a Mantova, a lavorare, senza dimenticarci di cercare
di far luce sull’incidente di Manlio”
“Mi vesto…”
“Anche io… non subito magari…” disse Chiara togliendosi l’accappatoio
e porgendolo a Saverio con un dito.
Dopo un’ora erano in auto, la pioggia finalmente aveva lasciato spazio a qualche raggio di sole che si rifletteva sul parabrezza ancora bagnato.
Saverio osservava Chiara guidare, e la osservava con un’attenzione nuova,
con un misto di autocommiserazione e felicità si disse che valeva la pena aver trascorso gli ultimi due anni in totale solitudine se il premio doveva essere lei.
Quelle mani, quelle orecchie, la bocca di Chiara erano così distanti da lui
solo un paio di giorni prima ed adesso… era troppo bello, e dolce e…
sempre meno credibile… si maledì per la propria diffidenza e si sentì in colpa verso Chiara.
“Adesso basta.. guido io, riposati… è un’ordine”
“Ah se la metti così non posso che obbedire, guarda c’è un ’autogrill, così ci
facciamo anche un caffè”
Il viaggio di ritorno proseguì tranquillamente, fatta eccezione per una piccola emorragia a cui Saverio non diede una grande importanza.
Da bambino gli capitava spesso di perdere un po’ di sangue dal naso:
“debolezza” sentenziava sua nonna e lo sottoponeva a cure intensive di “ovetto sbattuto con lo zucchero” come lo chiamava lei “una mano santa”
Tornato in albergo trovò che la sua stanza era già stata occupata e che, per quella sera, in quell’albergo, non ne avrebbe trovate altre disponibili.
Il portiere sembrava sinceramente dispiaciuto:
“E’ un problema di questa sera, c’è la fiera, altrimenti avrei avuto tutte le stanze che voleva…. Sa cosa può fare? Può provare al residence appena fuori Mantova, si chiama “Il roseto”, ha dei miniappartamenti e non è conosciutissimo dalle persone che arrivano da fuori, se si sbriga prima di sera potrebbe trovare qualcosa, anzi, guardi, se lei è d’accordo telefono io stesso, conosco il proprietario”
“La ringrazio lei è molto gentile” disse Saverio sedendosi su un divano della hall.
Dopo una breve telefonata il portiere diede a Saverio un biglietto dicendogli che era tutto sistemato, era già pronto un monolocale a suo nome.
Il suo ufficio gli sembro enorme, andò all’armadio blindato, compose la combinazione della serratura ed estrasse il portatile che la M.A.B. , la società, che lo aveva assunto, gli aveva messo a disposizione.
Collegò il cavo di rete, era deciso a cercare di capire un po’ meglio per chi stava lavorando.
L’intranet aziendale era alquanto anonimo, sarebbe andato bene per qualsiasi azienda, da quella tessile a quella elettronica, i soliti slogan, i soliti alberi di struttura le solite frasi in inglese tanto altisonanti quanto stucchevoli.
Dopo una decina di pagine inutili finalmente arrivò ai prodotti.
Ma anche quelli gli parvero quanto di più normale si potesse immaginare, niente che potesse giustificare la posizione dell’azienda nel mercato nazionale ed estero.
Una posizione nettamente dominante, come se vendesse prodotti straordinari a prezzi irrisori, ma così non era o, almeno, così non sembrava a Saverio.
Decise di cercare informazioni “sul campo” e compose il numero di Chiara.
Dopo cinque o sei squilli si arrese e decise di cavarsela da solo.
Aveva il PASS e questo avrebbe dovuto consentirgli di aggirarsi per lo stabilimento, ma si ricordò anche del tesserino magnetico di Manlio, lo aveva dimenticato sul tavolino del salotto la sera del fulmine,frugò nella sua borsa e lo trovò, lo nascose nella tasca posteriore dei pantaloni ed uscì dall’ufficio.
Lunghissimi tapis roulant trasportavano biscotti, che attraversavano dei forni ed uscivano cotti dall’altra parte, gli operai intervenivano solo per eliminare i pezzi imperfetti o per raddrizzare qualche fila che si disallineava per gli scossoni del tappeto.
Normale, era la parola che gli ronzava in testa da ore ormai, tutto dannatamente normale, e lui era lì per rendere indecifrabile la gestione dei biscotti, era ridicolo.
La fabbrica non gli diceva nulla, decise di provare con i laboratori, erano in un piccolo edificio circondato da un muro bianco non molto alto.
Il cancello esterno era chiuso.
Decise di tentare la sorte e suonò al videocitofono.
“Si, che c’è ancora! Oggi non rilasciate lavorare!”
La voce era femminile e squillante, il tono era decisamente irritato.
“Scusi, mi chiamo Morgari, lavoro qui da un paio di giorni, al centro informatico…”
“Questo è il laboratorio chimico, deve aver sbagliato qualche angolo tornando dal caffè si volti e chieda alla guardia alle sue spalle ad una decina di metri”
“No, non mi sono perso, stavo effettivamente facendo un break e mi sono chiesto se sarebbe stato possibile visitare un po’ la fabbrica, ho visto i forni poi mi hanno detto che qui c’era il laboratorio e…”
“Va bene ha scoperto dov’è il laboratorio, direi che adesso può tornarsene ai suoi computers, qui dentro non si entra senza autorizzazione”
Saverio intravide ad una decina di metri attraverso i vetri di una finestra, la persona che gli stava parlando: era una ragazza alta e magra con un camice bianco, sembrava che avesse i capelli lisci e scuri e dei piccoli occhialini tondi con la montatura molto sottile, quasi invisibile.
Decise di desistere per non destare sospetti.
Ebbe difficoltà ad addormentarsi, quella sera, nonostante i due bicchieri d’Armagnac che si era bevuto ricordando una “prescrizione medica” che gli aveva fornito Manlio in una situazione analoga.
Dopo non più di due ore di sonno agitato si trovò seduto sul letto ad occhi sbarrati, aveva il respiro affannoso come dopo una corsa, il fiato si condensava in vapore, non dovevano esserci più di tre o quattro gradi nella stanza.
“Ho lasciato la finestra aperta” pensò “due bicchieri e mi sono ubriacato come una scimmia, un vero duro”
Si alzò ed andò alla porta finestra, era chiusa, e fuori non si vedeva nulla, eccetto una figura, nell’aiuola dell’albergo sotto la sua stanza, era il bimbo che lo aveva salvato dal fulmine, come lo aveva chiamato Chiara?
Tagete!
Cercò di aprire la finestra ma non ci riuscì, tanto che dopo alcuni tentativi la maniglia si spezzò, procurandogli anche un piccolo taglio alla mano destra, che iniziò a sanguinare.
Avvolse la mano in un asciugamano che aveva lasciato sul pavimento la sera prima.
Quando rialzò lo sguardo nell’aiuola non c’era più nessuno.
Si chiese se ci fosse mai stato qualcuno.
Si voltò per andare verso il bagno a medicarsi, ma una voce gli gelò il sangue, una voce che conosceva bene e che non sentiva da tanti anni.
“Saverio…ascoltami” la figura di sua madre aveva preso il posto di Tagete
Decise di prendere una sedia e sfondare il vetro della finestra, ma, quando si voltò, sua madre era lì, accanto a lui, seduta sul letto, in una camicia da notte bianca, le mani abbandonate in grembo a lo sguardo basso…
”sono preoccupata per te Saverio, tanto preoccupata…”
“mamma, sei tu, come stai?… io ho provato a cercare una cura, non c’era,
non si poteva fare nulla, ho fatto di tutto…”
Saverio parlava tra le lacrime ed i Singhiozzi…era la prima volta che piangeva, dalla morte della madre…
“lo so, tu sei bravo in tutto, non è colpa tua…”
lo guardò sorridendo, ma,
appena alzò il viso l’attenzione di Saverio fu attirata da una piccola goccia di sangue che uscì dal naso di sua madre, a cui ne seguì un’altra ed un'altra ancora, le gocce comparirono anche dagli occhi, dalle orecchie,
dalla bocca che era rimasta sorridente, poi il viso di sua madre trasfigurò in una smorfia di terrore, ed il sangue cominciò a scorrere a fiotti, a getti,
in pochi stanti il letto fu zuppo, Saverio cercava di contenerlo con l’asciugamano ma era una lotta impari.
Corse fuori dalla stanza per cercare aiuto, sua madre era fuori, nel corridoio, zuppa di sangue, che colava dalle mani tese verso di lui,
allargandosi in una macchia bruna sulla moquette beige.
Corse giù per la scala ed arrivo contro il bancone del portiere di notte che lo guardò, trasalendo, in modo interrogativo
“Non si sente bene?”
“Io non… “
Saverio si guardò, un attimo prima sembrava appena uscito da un mattatoio ed adesso era perfettamente pulito, fatta eccezione per il sangue sull’asciugamano che ancora gli avvolgeva la mano…
“Io mi sono tagliato… la finestra è rotta e…”
“Faccia vedere?”
disse il portiere scambiando uno sguardo di commiserazione con un metronotte che doveva esser lì per far due chiacchiere nel suo giro notturno
“Direi che per questa volta sopravviverà, le vado a prendere un cerotto,
dovrebbe bastarne uno piccolo”
aggiunse con un sogghigno.
“grazie” disse Saverio appoggiandosi ai bracciolo di una poltrona.
“No, vada pure in camera sua, lo porto su io”
Appena Saverio scomparse alla vista il portiere si avvicinò al metronotte
“No dico, ti rendi conto questo che scena ha fatto per un taglietto, che se lo fa mia figlia di tre anni non smette neanche di giocare!”
"Sarà una checca, son tutte così: col senso del drammatico”
E scoppiarono in una risata, che Saverio udì benissimo, entrando in stanza.
E rientrò in una stanza in ordine: “E’ stata solo un’allucinazione”
pensò
“non esistono i fantasmi ed i bambini che ti salvano dai fulmini e questa finestra…”
Si fermò guardando la maniglia intatta, lo sguardo passò istintivamente alla mano ferita… nulla, neanche il piccolo taglio che tanto aveva divertito il portiere… ma che il portiere aveva visto!
Ripercorse le scale di corsa arrivò al banco e… nessuno, solo una piccolissima abat-jour accesa su un tavolino della saletta d’attesa della hall… si girò intorno, dov’era finito il portiere? Ed il metronotte?
Sentì un passo lento e pesante alle proprie spalle…
“Si sente poco bene signore?”
era una signora anziana, avvolta in uno scialle di lana…
“No signora, mi scusi, il portiere, poco fa…”
“Non c’è, di notte sto solo io, lui sta a casa coi bambini, sua moglie se
n’è andata un paio di mesi fa’…ma questi sono pettegolezzi, dannata boccaccia… ma se le serve qualcosa… dica pure”
“No, avevo un po’ di bruciore di stomaco ma sto già meglio, torno a dormire…grazie”
Saverio si sforzò di sorridere… ormai convinto di essere ad un passo dalla paranoia totale.
Sentì la mancanza di Chiara in modo lancinante, non fossero state le quattro del mattino le avrebbe telefonato, era straordinario l’effetto che aveva su di lui il solo sentire la sua voce.
“Forse è solo questo l’amore? Una malattia dolorosa che trova sollievo solo in presenza di chi l’ha causata?”
Sogghignò della propria idiozia, un pensiero simile avrebbe fatto una magra figura anche scritto sul foglietto di un cioccolatino.
Idiota o no, ad occhi sbarrati, contava i minuti che lo separavano dal momento in cui l’avrebbe finalmente incontrata, e, quando gli sembrò di riuscire perfino a sentire il suo profumo, si addormentò.
Si svegliò con un forte ma di testa ed in uno stato confusionale che si attenuò solo dopo una lunga doccia.
Uscì dall’albergo con il miraggio del primo bar di Mantova in cui aveva cercato conforto il giorno in cui aveva conosciuto Chiara.
Già… ecco un conforto ben più grande di un caffè… sorrise tra sé ed entrò
nel bar affollato.
“Ho capito! “
disse il barista sorridendogli
“ un caffè full-optional:
schiuma, cioccolata calda e zabaglione”
“Prendila per il verso giusto, ma sei stato il mio primo pensiero svegliandomi”
rispose Saverio addentando un croissant.
Mancava un quarto d’ora all’appuntamento che si erano dati con Chiara.
Poteva dare un’occhiata al giornale.
Non sembrava esserci nulla d’interessante… a parte un’intera pagina dedicata a degli scavi a sud della città, dove era stava scoperta per caso
una tomba etrusca.
Non fosse stato per gli avvenimenti che lo riguardavano non gli avrebbe dedicato più di un’occhiata… decise che sarebbe andato a vederla da vicino.
Alzando lo sguardo vide Chiara immediatamente al di là del vetro appannato del bar.
Era ferma e sembrava guardare lontano in cerca di qualcuno.
Alzò la mano per bussare sul vetro, ma, proprio in quell’istante, arrivò un uomo alle spalle di Chiara, che trasalì.
Chiara si guardò intorno come ad assicurarsi di non essere in vista, poi fissò l’uomo che le porse un sacchetto trasparente.
“Se fosse polvere bianca sembrerebbe il classico incontro con un pusher!”
pensò Saverio, ma c’erano diverse cose che facevano pensare ad altro:
Innanzi tutto l’uomo era di tutt’altro aspetto, quello che s’intuiva esserci nel sacchetto sembrava più liquirizia che eroina e Chiara sembrava molto riluttante a prenderlo.
Infatti lo tirò via dalla mano dello sconosciuto con uno strattone e lo gettò nella borsa quasi con rabbia.
Questo provocò la reazione dell’uomo che le prese il polso sinistro con forza.
Chiara ebbe una smorfia di dolore.
Aveva visto abbastanza, Saverio uscì di corsa dal bar e si avventò sull’uomo colpendolo con un gomito alla base della nuca.
“Buon giorno!”
disse a Chiara che osservava l’uomo svenuto a terra
“Ti voleva vendere qualcosa?”
“No, era il solito imbecille… che voleva fare il galletto, l’ ho mandato a quel paese ed ha reagito così”
Gli aveva mentito… perché?
Questo lo avvilì notevolmente, evidentemente Chiara aveva delle cose da nascondergli… e chissà quante…
L’uomo cominciava a muoversi , Chiaro lo trascino verso l’auto di corsa
tanto che Saverio rischiò di incespicare un paio di volte.
Mentre si allontanavano vide l’uomo che si alzava in piedi osservandoli circondato da una piccola folla attirata dall’accaduto.
“Hai iniziato a lavorare al codice?” chiese Chiara senza guardarlo.
Era evidentemente che era molto nervosa, teneva le mani sul volante stringendolo così forte che le nocche delle mani erano esangui.
“No, sinceramente ieri non ho fatto assolutamente nulla, a parte curiosare per la fabbrica”
Chiara sorrise forzatamente, continuava guardare nello specchietto.
“Sei sicura che quel tizio fosse un semplice pappagallo? Sembra che tu abbia paura che ci stia seguendo”
“E’ un pappagallo ed un imbecille, ma è anche uno della sicurezza speciale”
“E cosa sarebbe… un corpo di guardie giurate?”
“Diciamo così, solo che lavorano in esclusiva… per la M.A.B.”
“Tombola “ pensò Saverio “ci mancava pure l’esercito privato a difendere le merendine, o me ne scappo a gambe levate o mi preparo a lasciarci la buccia”
“Cosa stai pensando? Perché sorridi?”
a Chiara non sfuggiva nulla, si ripromise di ricordarselo.
“Niente, mi stavo ripromettendo di lavorare un po’ oggi, d’altronde mi pagano una fortuna e mi dispiacerebbe se ci ripensassero… sai, volevo farmici una piscina con quei soldi… sono megalomane?”
Chiara lo guardò con sospetto
“L’importante è che ci sguazzi solo io…”
adesso lo sguardo fu malizioso… e falso
“schifosamente falso” pensò Saverio rattristandosi.
Dal suo ufficio ci passò soltanto, dopo una decina di minuti era davanti alla porta dei laboratori chimici.
Suonò ed attese…
“Come le ho già detto ieri…” la voce al citofono s’interruppe, Saverio stava sventolando un foglio verso la finestra da cui lo stava guardando la ragazza in camice bianco.
Il portone metallico si aprì.
La ragazza non disse nulla, si limitò a leggere il foglio che Saverio le stava porgendo.
“Dev’ essere un pezzo grosso lei… erano sei mesi che non concedevano il permesso a qualcuno, a parte noi lebbrosi, di entrare qui dentro..”
“Perché lebbrosi?”
“Perché siamo chiusi qui dentro dalla mattina alla sera come in un lazzaretto, così ci hanno soprannominati i lebbrosi”.
“Ehm …ed il capountore chi è per favore?”
“Modestamente sarei io… fino all’anno scorso era mio padre…”
“E’ andato in pensione?”
“No, purtroppo mio padre non c’è più, una malattia improvvisa”.
“Oh mi dispiace, non volevo ricordarle fatti dolorosi, anzi le chiedo scusa se vengo a disturbarla qui nel lebb… nel laboratorio, ma ho bisogno di certi dati…”
“E per cosa le servirebbero questi dati, se posso chiederglielo?”
Saverio sorrise, il modo in cui la ragazza lo stava fissando era troppo buffo:
Anzi era buffa in generale.
Aveva gli occhialini bassi sul naso e lo guardava da sopra di essi, inoltre aveva i capelli neri legati in due code ai lati del capo in un’acconciatura che nessuna bambina al di sopra dei dieci anni avrebbe accettato perché troppo infantile.
“Senti non riesco a dare del lei ad una pettinata come te, ti dispiace se usiamo il tu?”.
“Perché… come sarei pettinata? E, comunque, meglio di te che, secondo me, non ti pettini per niente”.
“Touché” disse Saverio ridendo “E’ vero, non mi pettino mai… i dati mi servono perché devo creare degli archivi codificati… senti tanto vale che te lo dica, devo criptare le informazioni che riguardano tutta la gestione, sia di materie prime che di sostanze chimiche, utilizzate dall’azienda”
“Criptare eh…? Aveva ragione mio padre, oggi non basta più saper fare bene un mestiere… bisogna inventarselo… e chissà quanto ti pagano per venirmi a criptare uova e zucchero nel paniere”.
“Non sei gentile, non intendo disturbarti più di tanto, mi basta che mi lasci curiosare qua e là per pochi giorni e poi tolgo il disturbo”
“Scusami, ultimamente non parlo più tanto con il prossimo, volevo essere spiritosa ma mi sa che ci ho perso un po’ la mano”.
La sirena dello stabilimento che segnalava la pausa per il pranzo li interruppe.
“Ragazzi, il tempo vola, allora, se per te va bene, ci vediamo dopo pranzo…”
disse Saverio osservando all’interno di quello che sembrava un forno alle spalle della ragazza
“che cos’è quell’impasto giallo che ribolle? Un esperimento di lievitazione accelerata?”
“Sarebbe risotto allo zafferano… cioè… era risotto… me lo sono dimenticato…”
“Senti io vado a mangiare in un bar dove c’è un barista che mi adora e fa dei piatti niente male se vuoi…”
S’interruppe sentendo un profumo che conosceva bene, seguito da due braccia morbide che gli cinsero il collo da dietro le spalle.
“Attenta Clelia, quest’uomo è pericoloso… ci penso io a lui…”
Il tono di Chiara era scherzoso, ma lo sguardo che lanciò a Clelia non lo era affatto.
Infatti Clelia impallidì, sembrava trattenersi a stento dal lanciare il risotto bollente sul viso di Chiara.
“Mi hai salvata allora, grazie, a buon rendere…”
Chiara trascinò Saverio fuori quasi di peso senza smettere di fissare Clelia con aria di sfida.
Clelia non abbassò certo lo sguardo fino a quando non si girarono per attraversare il portoncino blindato esterno.
“Mi ha sempre ricordato un serpente, fin da piccola…”
“Concordo” rispose un uomo anziano togliendosi il camice
“Ti porto io a mangiare oggi, tortelli di zucca, li ha prepari mia moglie, sarà felice di vederti…”
“No grazie zio, non mi và, oggi mi sa che potrei esportare malumore all’estero, non sono affatto di compagnia…”
“Ma visto la fine che ha fatto il risotto…”
“Ho il piano B, non ti preoccupare grazie”
“Come vuoi, ci vediamo dopo”
Il piano B era una mela, Clelia diede il primo morso davanti ad uno specchio e rimase immobile a guardarsi senza masticare.
Tolse gli elastici e sciolse I capelli, poi si tolse gli occhiali ed imitò un’ atteggiamento tipico di Chiara: le braccia conserte, gli occhi socchiusi ed il busto in avanti… niente... a lei non veniva
“sembro solo una talpa accecata dal sole”
Infatti si girò ed investi in pieno un basso tavolino alle sue spalle cadendo rovinosamente.
“sono una talpa, maledizione…” pensò rimettendosi gli occhiali.
.....continua....